Freeronin deve combattere

postato il 3 mar 2012 in Cazzi e mazzi personali
da Vobby

Il titolo del post dice tutto. Ho semplicemente deciso di dare rilevanza pubblica a una vecchia disputa riguardante me e la mia amica. Siamo tutti d’accordo sul fatto che sia velocissima, alteticissima, che il suo personaggio in un certo senso, ormai, richieda che lei continui a correre. Eppure io, che con lei ci ho lottato tante volte, credo di conoscere perfino meglio di lei il suo potenziale e so che deve combattere. E’ compito di ogni essere umano arrivare fino al limite delle proprie possibilità ma lei, nonostante la sua acuta intelligenza, persiste in un atteggiamento di ottusa ostinazione che le impedisce anche solo di provare ad allargare i suoi orizzonti sportivi. In questo momento ho addosso i lividi che mi sono stati inflitti da una piccoletta, in palestra, qualche ora fa. Nei suoi occhi, nella sua concentrata, sofferta ma combattiva espressione ho visto chiaramente Freeronin (notando questa cosa mi sono distratto, venendo ulteriormente percosso).
So, lo sappiamo tutti, che lei picchierebbe molto più forte di chiunque altra. Perciò visto che da solo non ci riesco, smuoviamola insieme, e incitiamola tutti! Freeronin, combatti!

Cosmogonia

postato il 2 ago 2011 in Main thread
da ad.6

E prima che sul mondo fosse calata la prima notte tutto era già finito.

 

Erano soli, in due, da sempre, per sempre, e si sarebbero amati se assieme a loro fosse stato anche Amore, il quale però aveva ancora da nascere. Certo sarebbe accaduto, perché essi erano uguali, da sempre e per sempre, nel corpo e nello spirito, nel cuore e nella mente, nel tempo e nello spazio, benché tutto ciò non abbia alcun senso, visto che nessuna di queste cose essi avevano ancora creato.

Ecco tuttavia entrare in scena, non richiesto, il primo attore, increato perché esplicito solo in ciò che non è: l’infinito. Immenso, il suo potere permise che i due fossero infinitamente uguali e per nulla diversi, non immemore, quegli, che rapportata a lui ogni cosa è nulla. In tale primo, ilare momento di gloria (ne avrà altri, ma pallide ombre di ciò che fu), poté trovare luogo il secondo, indesiderato ed essenziale attore di questa breve commedia, colui che va sotto il nome di Caso o l’Indiscernibile. Questi fece sì che uno di quei due, né a noi né tanto meno a loro è dato sapere quale, nacque dal primo, inconsapevole respiro dell’altro e che i due fossero consapevoli di tale, indiscernibile differenza.

Differenza tangibile vi fu invece in ciò che seguì, nel non-tempo dell’indistinto susseguirsi delle cause: accadde infatti che l’uno, sentendo il peso della primogenitura (o forse per sopperire allo smacco subito nell’esser secondogenito) volle distinguersi dall’altro, il quale, a sua volta, per gli stessi motivi, sentì di essere profondamente differente dall’uno.

Rispetterò allora il loro volere ed uno sarà uomo e l’altra donna, benché ciò non abbia alcun senso per delle divinità.

Le cause primordiali erano tutte pronte e già effetti quando lui creò la materia e il mondo, che vengono prima del contenitore vuoto che crediamo essere lo spazio e lo plasmano d’intorno a loro stessi.

- Sia che le cause possano avere tangibili effetti, in luoghi e cose e che tutto sia mentre e perché io sono.

Lei, allora, tranquilla e indispettita, diede al mondo il movimento e fu un immane ed eterno conflagrare di fuoco*.

Lui la guardò, con stupore, complicità e fastidio, e vide in lei le eterne ceneri della sua opera in fiamme. Sicuramente non l’avrebbe avuta vinta.

Lui si dedicò allora all’idea del mondo che sarebbe stato, del mondo della materia, del mondo.

- Siano il vuoto e il freddo a separare l’incendio che divora l’anima del mondo.

E lei piegava il proprio volere e quello di lui di modo che quel vuoto e quel freddo avessero un senso intrinseco nel mondo e nel movimento.

- Sia il fuoco la luce e questa si avvolga su di sé, per mezzo della mia parola, affinché diventi stella e terra.

E lei, dolce ed imperiosa, toglieva alla parola di lui per dare al mondo, costringendolo nella rete delle leggi che al mondo spiegano il mondo, nel mondo.

E, dove la mano divina di lui scendeva a modellare, quella divina e finissima di lei scendeva nel mondo perché questo avesse senso anche senza la mano di lui.

Questa era la prima e più grande competizione, sebbene lui non ne avesse coscienza, vedendola maggiormente come conflitto. Era lei, come da principio, ad aver compreso che la loro guerra creatrice volgeva in verità il proprio duplice volto nella stessa direzione, nonostante lo facesse per vie opposte.

Così, irritato e calmissimo, quasi che già esistessero quelli ed altri sentimenti, quasi che siano in effetti mai esistiti, quasi felice, lui sentenziava, creava ed imponeva tutto il possibile, mentre lei voleva e col suo volere dava senso e compimento a ciò che lui vedeva invece completarsi in sé.

Fu allora con l’aiuto del primo attore che lui poté coprire con la propria voce tutte le diramazioni del possibile e in quel frangente non gli restò che dar vita a quella sua, sua creazione, dall’indiscernibile e materiale fuoco dei primordi.

Lui Parlò, come per la prima volta, e la miriade di possibili disposizioni, di possibili configurazioni dell’universo da lui immaginate iniziarono a mescolarsi e a prendere ordine, il quale, lui non riuscì ad avvedersene, doveva la propria esistenza solo all’opera di lei, vera vincitrice sull’Indiscernibile. Ecco allora che, per gestire l’innumerabile quantità dell’essere, a parola lui faceva seguire parola e tra le due ne diceva altre ed altre ancora, senza fine, senza requie, senza mai scioglierne la continuità. Ecco che si china, si prostra dinnanzi al trono che egli stesso ha eretto al primo attore e sta per esserne sopraffatto, perché il suo desiderio è il mondo e il mondo, adesso, necessita delle infinite parole di lui, ma, d’altronde, com’è risaputo le divinità sono gli esseri che si generano e si completano all’interno dei propri aneliti e che con essi finiscono (o iniziano) per coincidere. Lui quasi dipendeva, quasi scopriva di essere stato creato dal primo attore e già aveva poggiato il primo ginocchio al suolo, vassallo, quando lei si espresse per la prima e l’ultima volta.

- Parli troppo. È tutto così semplice – fece lei sorridendogli come mai aveva fatto. Gli pose un dito sulle labbra e creò il tempo, l’ultima, ineffabile barriera contro l’infinito.

Si sorrisero, imperituri ed allegri, e videro quanto avevano creato, restarono sereni a guardare come fosse bello il primo istante del mondo e già questo, il primo giorno, passava senza permanere né per il tempo degli istanti né per quello dell’eternità.

 

- Dai, adesso facciamo qualcosa di serio- disse lei.

E prima che sul mondo fosse calata la prima notte tutto era già finito.

 

 

 

*L’ingenuo chiederà -Ma forse che con il movimento ella non creò anche il tempo?- e a questi rispondo che il movimento, quando sia, come qui è, totalmente immerso nell’Indiscernibile, resta avulso dal tempo.

 

 

 

[Dedicato a chi parla troppo (e a chi, con i fatti, cerca di porre rimedio alle sciocche parole dei primi). Sarebbe certo scortese dedicarlo solo ai primi]

La competizione più dura

postato il 2 ago 2011 in Main thread
da Vobby

Quello che giova al nimico nuoce a te, quello che giova a te nuoce al nimico.[Niccolò Machiavelli, Dell'arte della guerra]

Dei primi due uomini a entrare in competizione, uno è stato ucciso.
Dei primi due gruppi umani a entrare in competizione, uno è stato in parte distrutto e in parte schiavizzato.
E se non i primi i secondi, perchè la guerra è un fenomeno più antico dell’agricoltura.

La guerra, “l’uso illimitato della forza bruta”, ha sempre accompagnato l’uomo durante il corso delle ultime migliaia di anni. Da quando la storia ha avuto inizio, almeno un gruppo di Homo sapiens ha vissuto in stato di guerra con un altro. Anche considerando realtà geograficamente circoscritte si osserva che dove c’è indipendenza di diverse realtà e gruppi politici, c’è guerra, non importa quanto sia ridotto l’ambiente considerato: perfino l’isola di Pasqua ha conosciuto una serie di guerre devastanti*, che ridussero una società relativamente progredita e organizzata in classi e in diverse e autonome entità statuali all’insieme di poche migliaia di raccoglitori e cacciatori di ratti che entrarono in contatto con gli europei.
Allo spettro della guerra non si sfugge in alcun modo: le feste in onore di Zeus Olimpio celebrate nella Grecia antica sembrano prestarsi immediatamente come dimostrazione di quanto detto: esse costituivano un periodo di pace obbligatoria, durante la quale nessun greco poteva permettersi di compiere atti di guerra; ma in cosa si risolvevano, se non nell’esaltazione della guerra stessa? Corsa, corsa con armi, lancio del giavellotto, corsa dei carri, lotta, pugilato, pancrazio… queste competizioni semplicemente riproducono singoli aspetti del conflitto armato, descrivono la competizione sportiva come uso “limitato” della forza bruta. Eventi analoghi si verificarono nel Medioevo, durante il quale i rappresentanti della nobiltà, se non erano impegnati a cavalcare armati su territori altrui, impiegavano gran parte del loro tempo partecipando a tornei.
Quindi: il fatto che gli esseri umani, da quando ha avuto inizio la cosiddetta “civiltà”, non siano mai riusciti a vivere completamente in pace può dirci qualcosa sulla natura umana? Ma anche: non ci dice qualcosa sulla nostra natura il fatto che pur vivendo in tempi e luoghi pacifici non riusciamo a liberarci del bisogno di dare sfogo, almeno sublimandolo, a un nostro pressante bisogno di competere e quindi di guerreggiare?
No. Difficile anche solo dire che esista, una natura umana. Tutto ciò, piuttosto, ci dice qualcosa sulla civiltà.

Alcuni dicono la cosa più bella, sulla nera terra, sia un’armata di cavalieri. Altri dicono di fanti, altri di navi. Per me invece, è ciò che si ama [Saffo, frammento 16]

Il concetto stesso di civiltà è inscindibile da quelli di competizione, sopraffazione e guerra. Proviamo a dimostrarlo.
Quando comincia la civiltà, e quindi la storia? Nel momento in cui l’Homo sapiens diede vita ai primi gruppi gerarchicamente organizzati, oserei dire. Anche quel che si impara in prima elementare sembra conciliarsi con questa affermazione: dire che la storia inizia con l’avvento della scrittura vuol dire che la prima civiltà storica era caratterizzata dall’esistenza di una classe (scribi, sacerdoti, nobili o direttamente sovrani, a seconda dei casi) dedicata alla produzione e al mantenimento della cultura, e ciò testimonia l’esistenza di un meccanismo statuale o pre-statuale in virtù del quale una classe era nutrita dal surplus alimentare prodotto da una differente classe di lavoratori manuali, perlopiù agricoltori. La necessaria presenza di tale meccanismo porta ad un’affermazione forse più vaga, ma più sicura: la civiltà nasce insieme con l’attività politica. Questo è interessante, in quanto la definizione di politica oggi più largamente accettata è la seguente: “l’insieme di attività, svolte da uno o più soggetti individuali o collettivi, caratterizzate da comando, potere e conflitto, ma anche da partecipazione, cooperazione e consenso, inerenti al funzionamento della collettività umana alla quale compete la responsabilità primaria del controllo della violenza e della divisione al suo di costi e benefici, materiali e non”. Lungo. Mi sento di tradurla così: politica è l’attività di chi si contende, detiene e utilizza il controllo della forza su di una collettività (all’origine della politica il fatto che essa oggi si componga di elementi consensuali e culturali conta poco).
Parlando del passaggio dalla preistoria alla storia, la civiltà appare essere così il risultato della schiavizzazione di massa da parte di alcuni esseri umani, detentori e cioè utilizzatori della violenza, su di altri. Civiltà come figlia di un atto di guerra con il quale da una società (naturale?) egualitaria di cacciatori e raccoglitori si passò a una società gerarchizzata avente come caratteristiche minime una classe lavoratrice più o meno soggiogata e una militare, mantenuta dal lavoro altrui.
La civiltà si delinea così, almeno ai suoi albori, come una situazione assolutamente svantaggiosa per la maggior parte degli esseri umani, ma la sua diffusione si spiega facilmente: una civiltà, cioè una società gerarchizzata, è militarmente più efficiente di una egualitaria, poiché in quest’ultima non esistono militari-nobili nutriti dal surplus alimentare dei produttori. Esiste un modo famoso e suggestivo per sintetizzare quanto scritto finora:

:Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire questo è mio e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardate dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti! [Rousseau, discorso sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza fra gli uomini]

La differenza fra la mia tesi e quella del caro Jean Jacques sta in questo: io non credo che il fondatore della civiltà fosse circondato di stupidi, credo che fosse armato. Vuoi per bisogno, paura o malvagità, un uomo volle per sé ciò che fino al giorno prima tutti potevano avere. Entrò così, primo fra tutti, in competizione con il prossimo, e vinse con la forza. Una forza bruta illimitata, quindi un atto di guerra. O, più pobabilmente, furono in molti ad armarsi: si fecero militari e divennero nobili. La sostanza è la stessa: all’origine, civiltà, politica e guerra sono un tutt’uno: si ebbe civiltà con un atto di guerra che fu anche il primo atto politico.
Nonostante la guerra sia spesso descritta come frutto di barbarie, essa si origina sempre nel cuore stesso della civiltà contemporanea, nell’economia e nel suo rapporto con la politica.

La parentesi sportiva merita di essere ampliata. E’ vero che lo sport oltre che di sfida e violenza (sublimata e regolata) si compone di elementi quali il rispetto repricoco, la lealtà, una sorta di cameratismo e fraternità che si sviluppa con i compagni di allenamento e perfino (soprattutto) con gli avversari. Questo non cambia la sua natura: stando ai giochi olimpici, lo sport nasce come attività esclusiva dei nobili volta a dar prova delle loro virtù militari all’infuori di un vero e proprio scontro bellico. I primi sportivi sono guerrieri nati che giocano alla guerra. La sportività, che si compone degli elementi positivi sopra elencati, non è altro che l’evoluzione del codice nobiliare che i guerrieri antichi e medievali osservavano perfino sul vero campo di battaglia. Come negare la sportività del duello fra Ettore e Aiace? L’ovvia differenza è che in guerra la forza non è limitata da regolamenti o armi spuntate. E’ un discrimine fondamentale, ma è l’unico.

*Ho scoperto da poco un fatto interessante: la maggior parte degli idoli di pietra che si possono osservare oggi sull’isola sono frutto di restauri: i re in lotta fra loro, vinta la battaglia decisiva, ordinavano la distruzione della statua raffigurante il rivale sconfitto, per affermare la propria supremazia. Prima che la roccia vulcanica presente sull’isola si esaurisse, si esaurirono gli alberi che fornivano il legname per le cave. Quindi gli idoli non poterono più essere costruiti, e i sovrani, non potendo altrimenti soddisfare la propria sete di prestigio e la loro vanità, presero a distruggere gli idoli altrui. Forse il peggior fallimento delle società gerarchizzate nella storia (il peggior fallimento della storia punto, quindi): i soldati prima schiavizzarono i popolani, poi si fecero nobili e sacerdoti vantando contatti con le divinità, grazie ai quali potevano garantire la prosperità del raccolto. Poi usarono il loro potere per costruirsi delle statue, distruggendo la vegetazione dell’isola e il suo ecosistema, infrangendo quindi la promessa del raccolto. Fatto ciò, pensarono bene di completare l’opera trascinando i diversi Stati dell’isola in una guerra totale.

Scrittori in competizione

postato il 26 lug 2011 in Main thread
da ad.6

Qui di seguito riporterò uno scritto singolare prodotto da me e da mia sorella quasi due anni fa. Le avevo proposto di scrivere una storia insieme e ci eravamo accordati sul farlo in un determinato modo: dieci righi a testa, interrompendo dovunque fossimo arrivati con la frase. Ha iniziato lei, ha terminato lei, questo per motivi di impegni (miei) e di mia frustrazione! Concetto chiave di tutto ciò è il fatto che la spartizione dello scritto è stata scelta in modo tale da creare (senza che in effetti lo volessimo) un prodotto che non fosse né dell’una né dell’altro ed, anzi, da mettere in competizione le due menti (termine che sembra altezzoso…), con le conseguenze che vedrete.

(Lui è stato usato in luogo del nome che gli avremmo dato. Mai.)

 

 

Era sicuro di aver visto qualcuno muoversi dietro l’albero. – Ehi, Fred! Sei tu? Dai ragazzi, non fate scherzi!- era ormai da più di mezz’ora che non aveva più notizie dei suoi cinque amici. Eppure l’appuntamento era proprio lì dove la notte prima avevano acceso il falò. Poiché si era ripromesso di andarsene una volta e per tutte da quel luogo, nel caso in cui i suoi amici non si fossero fatti vivi, decise che era giunto il momento di lasciar perdere quella buffonata. “Se ne saranno fuggiti tutti a casa!”  pensò sarcasticamente. Fuggiti… nemmeno lui pensava che quella fosse la parola appropriata. Dopotutto non aveva mai creduto all’esistenza di certe storie così assurde e misteriose. Mentre rifletteva sulla strada che avrebbe dovuto prendere per tornare al paese sentì un forte botto e, alzando la testa verso l’alto, scorse, dietro le folte chiome degli alberi, dei fuochi d’artificio. Si pentì di trovarsi chiuso in quello scuro labirinto ed ora più che mai avrebbe voluto trovarsi all’aria aperta per poter assistere a quell


o strano gioco di colori che si smorzavano nella calda luce di mezzogiorno. Iniziò così ad avviarsi per quella che credeva essere la via del ritorno pensando all’inutile scherzo che gli avevano tirato quelli che ormai tutti al villaggio chiamavano “i ragazzi del pomello”, per motivi ancora poco chiari sia alla gente del villaggio che ai ragazzi stessi, i quali, però, traevano grande gioia da tale soprannome. Ma lui sapeva. “Che stupidi!”. Così, mentre i suoi passi si avvicendavano senza troppa foga per la via, si levava dal sottobosco un flebile fruscio che veniva totalmente sovrastato dalle esplosioni multicolori che ingombravano piacevolmente il cielo ed in questo modo qualunque passo, per determinato che fosse, restava inascoltato e alle foglie, come natura vuole, e al viandante che l’avesse prodotto. E nella calda atmosfera di inizio pomeriggio lui si muoveva nell’ombra senza sentire i propri passi, senza che d’altra parte desse attenzione alla cosa, e per nulla consapevole di sé e del mondo, come quando

osservava ammirato lo spettacolo che la natura ogni sera gli regalava, quel caldo tramonto che quasi gli accarezzava il viso, consigliandogli di prendere sonno e di fuggire dal suo mondo, per poter raggiungere il luogo prediletto, così sfuggente, che mai potrà raggiungere e che solo nel profondo sonno si lascerà sfiorare. Ma questo accadeva molto tempo addietro, quando non era stato ancora costruito quell’enorme palazzo di fronte alla sua modesta casa. Ogni sera, accanto al balcone, sentiva delle urla indistinte quasi inumane provenire dalla finestra di fronte. Ma la cosa più strana in assoluto e che gli faceva rimpiangere la sua vecchia e magica visuale era che quegli strani individui, quasi ogni giorno, al tramonto, si affacciavano alla finestra osservandolo con sguardo perso esclamando: – Guardate che bel tramonto!- o – Non ho mai visto nulla del genere!- Spesso era tentato quasi di bussargli alla porta e di urlargli che sarebbe bastato affacciarsi dal lato opposto del palazzo, e

ntrando così nel mondo del crepuscolo, la Porta dei Sogni. Ma, tu, qual è il vero tramonto puoi mai dirlo? L’incessante tramonto del Sole, una fine senza inizio, o il definitivo declino di un popolo, di una civiltà, di una razza? E chi non vede più il solo tramonto del Sole, ma dinnanzi a sé scorge solamente l’inizio della fine della propria miseranda famiglia è un uomo senza più speranze, non ha più sogni, non più un futuro! Il tramonto gli è precluso perché vi sarà notte senza giorno e chiusa per lui è la Porta dei Sogni. E può ancora dirsi umano costui? O chi più lo chiamerà tale? Lui, c’è chi vede in te il tramonto: la gente che abita in quel misterioso ed imponente palazzo e non solo loro. Un mondo intero. E beato chi può ancora vedere la luce in te, chi può vedere oltre la rovina del mondo, chi è restato un essere umano. Tuttavia sono pochi, ormai: forse, adesso, anche i ragazzi del pomello ne fanno parte e quei fuochi sparati in un cielo troppo luminoso sarebbero stati neri e non colorati se aves
se perso anche lui ogni speranza. D’altronde i poveri ragazzi del pomello erano da poco deceduti. E lui, nel bosco, era ignaro di quello che era accaduto a tutti loro. Che fortuna averli persi di vista! La sua tristezza sarebbe ancora aumentata se avesse scoperto in che modo brutale erano morti tutti. Ma questo non lo scoprì ne allora nè in futuro. Mentre camminava verso l’uscita del bosco pensò che fosse giunto il momento di cambiare città, cambiare paese, cambiare vita. Avrebbe trovato un luogo in cui la gente lo avrebbe apprezzato per le sue capacità e avrebbe smesso di allontanarlo perchè considerato alla stegua di un “Vecchio derelitto.” E non importava loro il fatto che in fondo lui era solo un ragazzo. I fuochi d’artificio erano ormai terminati da tempo e lui si stava avviando verso la strada principale che lo avrebbe condotto a casa quando qualcosa, dentro di sè, lo costrinse a fermarsi. Perchè ritornare lì dove nessuno lo aspettava? Si sarebbe coricato per dormire in pieno giorno, senza nemmeno aver mangiato e dopo avrebbe sbrigato un paio di faccende di casa non troppo impegnative. Sempre la stessa routine, non c’era nulla da fare. Lui si era quasi convinto che il tempo non scorresse più ormai da anni e fu per questo che accettò “l’eccitante e pericolosa avventura nel bosco” così come l’avevano chiamata i ragazzi del pomello. Forse riteneva che qualcosa sarebbe potuto cambiare e che la noia che lo perseguitava

 

 

La competizione è stata breve, implicita ed anomala, ma principalmente mi ha visto soccombere una volta privato dei miei ragazzi del pomello! Chi sa se una scrittura di coppia del genere continuerà mai e se così si possa avere un risultato veramente condiviso. Altre sono le vie e diversi i risultati pregevoli ottenuti dalla scrittura in coppia, ma chi sa.

Vamina non è brava nella corsa e perde gli autobus.

postato il 22 lug 2011 in Main thread
da VaMina

Vamina potrebbe parlare anche di cose interessanti, riguardo alla competizione, come Aiace che diventa folle perché gli viene preferito Ulisse come erede delle armi di Achille, come il fatto che nei testi greci viene esaltato il valore di un uomo indicandolo come “vincitore di gare”, come il curioso costume dei Sanniti, tra i quali si selezionavano i dieci giovani e le dieci fanciulle migliori, e la prima andava in sposa al primo, la seconda al secondo, e così via. Tutte cose interessanti, ma Vamina parlerà di sé.
Prima cosa perché Vamina è un’inguaribile egocentrica, poi perché è incredibilmente più semplice che parlare di Aiace, anche se interessa di più perfino me. In ultima analisi sono una persona ostinata, e mi sono ostinata a fare del blog la succursale del mio psicologo, allo stesso modo in cui mi ostino a indossare i costumi di mio padre come pantaloncini per andare a mare, nonostante mi diano un aspetto poco rassicurante*. Dunque, cosa c’è da dire su Vamina e la competizione?
Io, davvero, odio la competizione. Sempre odiata. Quando ero piccola facevo nuoto e mi rifiutai di fare le gare, essendomi già chiaro allora che non poteva andarmi bene in nessun caso: se arrivo prima, sento comunque di non meritarlo più degli altri, mi sento in colpa e mi dispiace per loro; se arrivo ultima, mi dispiace per me; se conquisto un posto diciamo centrale, o sono salva dalle paranoie, oppure si uniscono tutte insieme in un miscuglio mortale e implodo.
Ai giochi da tavolo io perdevo sempre. Mia madre però aveva fatto tanto un buon lavoro nel suo lavaggio del cervello stile “vincere non è importante”, che perdevo con impressionante disinvoltura, per essere una bambina. Il problema a quel punto sorgeva nella circostanza di una mia vittoria. Quanto bisogna esaltarsi? Bisogna mostrarsi dispiaciuti o sembra che stai prendendo per il culo l’avversario? Bisogna complimentarsi con lui per la bravura? Ma se è tipo UNO**, ha senso complimentarsi? Questi e molti dilemmi mi si ponevano.
Ricordo con orrore una volta che una mia amichetta mi diede la sua catena portafortuna mentre giocavamo al Gioco dell’Oca. Io, da brava bambina scettica, l’avevo accettata con poca convinzione, forse solo per la bizzarra passione per le catene che mi ha portata ad essere, a 14 anni, un negozio di ferramenta ambulante. Bando alle ciance, vinsi. A questo punto ci fu una scena alla Shining con lei che gridava che era merito della catena e che cercava di strapparmela di dosso. Forse non posso darle torto, una mia vincita equivaleva all’allineamento dei pianeti. Era la prima volta che vincevo. O forse ricordo solo quella perché estremamente traumatica. Adesso però vinco, tipo a Risiko, abbastanza spesso. Però non ho ancora capito come si vince, quindi in genere mi lascio andare a inopportune manifestazioni di gaudio tipo trionfo di Augusto a Roma.
Passiamo oltre la parentesi sport, attività competitiva per eccellenza, dato che più che sembrare un sacco di patate o un elefante, sembro un sacco di elefanti che rotola.
Il peggio, se parliamo di competizione, è il parentame. Basta che ci sia un tuo coetaneo in famiglia, solo uno, e ogni occasione, festiva e non, si trasforma in una sorta di mostra canina. E non sulle cose positive, eh. Tutt’oggi mia zia fa a gara a chi tra me e mia cugina è più sfortunato con i professori o chi si ammazza di più all’università. Posso fare anche Storiagrecoromanaconarcheologiaapplicataeconseguaenteanalisipaleografica, mia cugina farà Storiagrecoromanaconarcheologiaapplicataeconseguaenteanalisipaleograficaunitaadastrofisicaeanalisimatematica (fa qualcosa sul giornalismo, n.b.). Io studio su cinque libri? Lei su sei. Mia madre se la prende un sacco.
In tutto ciò noi ci vogliamo bene, giuro.
Vado a trovare i professori del liceo e loro “Ma Bla Chacha era meglio di te”. Ma io vi buco le ruote.
Il mio psicologo mi propina lunghi discorsi sul fatto che questo è un problema mio, che non devo considerarmi in competizione, che devo fregarmene degli altri. Io mangio la foglia perché ci credo.
Cioè, sono convinta che lui abbia ragione, ma resta in me l’idea segreta e paranoica che c’è qualcuno in uno studio oscuro e preferibilmente dentro una caverna alla Batman, che conserva delle cartellette con i miei voti, divisi per discipline. Maledetti bastardi.

P.s. Dichiaro il post in questione fuori gara, per cui se sarò l’unica a postare, non vincerò per abbandono.

*Leggi: sembra che abbia il pacco.
**Se esce che qualcuno è BRAVO a giocare ad Uno, semplicemente gli alieni arrivano sulla terra per ballare il Limbo.

And the winner is…

postato il 1 lug 2011 in Main thread
da freeronin

Sono giunta alla conclusione che quella che stiamo vivendo non è più competizione se, alla vigilia del momento decisivo, cominciamo a sperare che l’avversario non sarà al massimo della forma e non che, invece, sarà al meglio delle sue possibilità per darci l’occasione di batterlo comunque.

Per festeggiare il raggiungimento di questa, pur incompleta, certezza (sto parlando del confine della competizione o della competizione “buona”? Le due cose coincidono?), ho deciso che voglio riprendere a farmi problemi leggendo un grosso quantitativo di spunti – idee, esperienze, ricordi, riflessioni, o altro – nei vostri post, i quali avranno in qualche modo a che fare con la competizione.

A cosa mi riferisco?
Ad animal spirits, duelli medievali, eristica, gare sportive, videogiochi, al compagno di classe che ad ogni singola verifica viene sempre a chiederti il voto… a tutto quello vi sentite di chiamare “competizione”.
Non sto certo qui a voler limitare la forza espansiva di un argomento che, esattamente al contrario degli elementi dell’elenco di Azazello, non fa che pormi una grossa quantità di interrogativi teorici e pratici a cui non saprò mai rispondere.
Qualche esempio. Che rapporto c’è tra competizione, rivalità e lotta? Che effetto ha la competizione  tra amici sul rapporto di amicizia? Sarebbe giusto ricoprire di fischi de Coubertin? È giusto gettare con disprezzo la medaglia di bronzo ai piedi del podio olimpico per protesta contro la giuria? Che rispetto merita il perdente? Il secondo ha “vinto” o ha “perso”? Quanto conta la non uguaglianza dei punti di partenza?
Per di più ho notato che, da quando siamo piccoli, siamo bombardati da indicazioni ambigue sul competere: vediamo benissimo che i genitori sono fieri e contenti quando siamo i primi della classe o vinciamo una gara, eppure poi ci sentiamo dire che non è una cosa buona mettersi a competere con i compagni, e tutta la storia cambia ancora quando dobbiamo vincere un concorso o prevalere sugli altri nell’accaparramento dei posti di lavoro….

Aggiungo un’ultima cosa: confidando nel valore della “buona” competizione, annuncio che alla fine del mese gli autori voteranno, commentando questo post, il post che ritengono migliore. Il premio sarà, naturalmente, la soddisfazione per una strabiliante vittoria (perché ovviamente la competizione sarà di altissimo livello).
Se non vi basta potete sempre non partecipare alla gara e scrivere un post sul valore del premio nella competizione. E, se pensate che le competizioni abbiano un effetto deleterio sulle amicizie e/o sulle collaborazioni editoriali, è concessa anche l’obiezione di coscienza.

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