Gli imbuti, questi sconosciuti

postato il 2 ott 2011 in Main thread
da Azazello

[Edit: sembra che questo post fosse prematuro! il succo rimane, ma con meno astio :*]

 

Visto chi ha scelto l’argomento, e che argomento, non mi sento di giurare che ci sarà mai un post introduttivo, per cui mi permetto di farlo io.

 

L’argomento di questo mese saranno gli Imbuti. L’argomento del mese prossimo, invece, sarà “Dovremmo cacciare a pedate gli autori che non scrivono mai, ma vogliono cambiare l’argomento, e che quando lo fanno non solo non lo introducono nemmeno, perché è così insulso che manco loro sanno cosa dire in proposito, ma lo scelgono in base a un pessimo video di un tizio che fa pessimo rap e non in base a un qualsivoglia criterio che non faccia ribrezzo?” e,  visto che voglio portarmi avanti col lavoro, anticipo il mio post del mese prossimo che sarà:

“Sì”

Un bel post

postato il 1 ott 2011 in Main thread
da ad.6

Un bel post sulla carta

 

Sì, è una sciocchezza, ma qualcuno doveva farlo! E visto che nessun ardito si è fatto avanti, eccomi qui.

Non c’è niente da dire, se non che è proprio un bel post ed è pure sulla carta. Non voglio star qui a far notare come il post non sia effettivamente sulla carta, perché altrimenti non potreste vederlo sui vostri pc, né insisterò sul fatto che proprio questa pubblicazione e questo argomento rappresentano in qualche modo una piccola finestra di supremazia del mondo odierno sul cartaceo. Che storia effimera, che storia transeunte (!). La carta (e si parla di carta scritta e da scrivere) è una storia di utilità e di affetto, la Storia, una storia auto-celebrativa di carta che scrive di storia e di carta, una storia che ironicamente trova un miglior cantore di se stessa, al contempo suo più grande distruttore.

Canta di me che canto, tu che sai farlo, e cantando così sopprimi il mio cantare, che è basso, e con esso la ragione stessa del tuo canto. Ingrato.

 

 

 

 

 

 

Storie di carta

postato il 27 set 2011 in Main thread
da freeronin

Di fatto la carta è in via di estinzione. Già sono completamente scomparse, e da tempo, le lettere, anche le cartoline sono sulla buona strada, e forse prima o poi verrà il turno dei libri e dei quotidiani.
Ma la carta ne avrà di storie da raccontare.
La mia vita, ad esempio, continuamente e inesorabilmente si riempie di carta. A cominciare dal fatto che l’anno scolastico non inizia se la mia casa non è stata sommersa da cartoni delle Copie-Saggio, che inviano a ogni professore, di nuove edizioni (per lo più identiche alle precedenti) di manuali di letteratura latina e greca.
Da quando ho iniziato a studiare, poi, le cose sono decisamente degenerate.

In particolare, appena entrata al liceo classico, ho incontrato il mio primo grande cumulo di carta: il Dizionario Greco-Italiano di Lorenzo Rocci.
Certo, potremmo chiederci a lungo se le traduzioni di Lorenzo Rocci siano più incomprensibili quando sono in latino o in toscano arcaico, tuttavia in questo caso penso sia più esplicativo presentare il mostro dizionario nel suo aspetto cartaceo.
Il Rocci è un volumone enorme e pesantissimo con la rilegatura blu in cui sono stampate molte parole in un carattere straniero di piccolissime dimensioni. Talvolta, come se non bastasse, lo studente deve anche portarselo dietro fino a scuola e ritorno, che ci siano trenta gradi o la pioggia. Altre volte, invece, lo studente è costretto a distinguere spiriti e accenti (fondamentali!) posti sopra i caratteri della dimensione di cui dicevo.
E poi ci sono le mille possibili combinazioni con cui si può disporre il libro con la versione, il quaderno e il vocabolario su un banco sistematicamente troppo piccolo. Ho anche conosciuto una persona che sedeva in una certa maniera per sovrastare il vocabolario e sentirsi più tranquilla, avendo l’impressione di dominarlo.

Neanche il tempo di riporre il buon Rocci, che fanno irruzione altri due importanti cumuli di carta: il Codice Civile e il Trabucchi.
L’incontro degli studenti del primo anno con il Codice Civile si svolge sempre più o meno nella stessa maniera. Il professore vuole leggere l’articolo del Codice e, appunto, ne dice il numero. Seguono consultazioni tra ogni studente e gli studenti che siedono vicino (“ha detto 1351?”, “ma no! Ha detto 1251”, “eh?!”…). Appurato il numero dell’articolo (ovviamente né 1351 né 1251, bensì, generalmente, 2043) si inizia a cercarlo. A questo punto, però, il professore ha già finito di leggere la norma e sta continuando a spiegare.
Ma la cosa peggiore è quando poi alzi la testa e vedi il Codice che lui ha appena chiuso: un volume giallastro completamente logoro e consunto, più e più volte sfogliato, annotato in tutti i modi, solitamente inzeppato dei fogliettini – e pacchi di fogliettini – con cui i professori sono soliti aggiornare i Codici (perché le leggi cambiano, le copie del Codice Civile dei professori no).
A quel punto, con un po’ di timore reverenziale e di apprensione per la piega che potrebbero prendere gli studi futuri, ti chiedi “ma pure il mio sarà così?” e ti rispondi da solo quando vedi che anche la copia del Codice del giovane dottorando non è messa molto meglio…
Un po’ come la profonda differenza nel modo di vedere la vita che c’è tra il ragazzino quattordicenne che ha appena sostenuto una spesa di tipo 100 €, e che quindi tiene il vocabolario nuovo nuovo con cura e dentro la custodia (integra, ma ancora per poco), e il diciottenne che ha disintegrato la custodia, logorato il vocabolario e tappezzato le pagine esterne con declinazioni e regole di grammatica di ogni tipo (che aveva iniziato a scrivere prima di scoprire di non saperle comunque usare).
E poi c’è il Trabucchi… beh, quello è cattivissimo.
“Ma quanto cattivo potrà mai essere?”, direte voi. Beh, io qui dico solo che è un grosso volume con una copertina cartonata che cambia colore a ogni nuova edizione (se volete saperlo, a me si è presentato con un triste blu, sì, come il Rocci), con le pagine sottilissime e un infinito corredo di note. Per una trattazione più approfondita della tematica rimando a Deluded Wiseman, L’Ignobile Ignoto, Blognudeln, 15/4/2011.

Infruttuosi scambi di carta

postato il 20 set 2011 in Main thread
da Cerbs

La carta che tutti noi usiamo più frequentemente è sicuramente (no, basta, le battute sulla carta igienica hanno smesso di fare ridere! Zitti!) il danaro. Con esso mi è capitato di pagare le cose più disparate: occhiali con naso e baffi finti, strani futti messicani rossi con degli aculei, un cappellino con l’elica, un chilo di ghiande da Gay Odin, una puttana, e via così: l’elenco comprende anche libri, cioè altra carta.
Vi parlo oggi delle 5 volte che più ho rimpianto di aver effettuato un siffatto scambio cartaceo.

Partiamo dal basso:

NUMERO 5: HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE


So già che fra voi si annidano alcuni fan, e che storceranno il naso davanti a tanta novità: ma invece io lo dico, questo è proprio un libro di merda. Quando conclusi la lettura del sesto episodio della saga, ero pieno di aspettative: “Accipicchia, che tenZione! Quanta suspance! Che accadrà? Piton è dunque un gaglioffo di infima levatura?” Ed invece mi ritrovo un libro dove -SPOILER ALERT!- nel primo capitolo muore la civetta (che bisogno c’era?!? Perchè?!), successivamente crepa una media di 2 personaggi/capitolo, ed alla fine c’è un super massacro dove tira le cuoia persino uno dei gemelli Weasley, Harry Potter si improvvisa Gesù e torna dal mondo dei morti mentre si apprende che Silente aveva chiesto l’eutanasia. Cribbio che bruttume! Alla fine Harry non ha manco la decenza di chiamare il figlio Sirius. Però, almeno, dopo 7 anni qualcuno si cucca Hermione.

NUMERO 4: WIZARDS OF MICKEY II, L’ETA’ OSCURA


Che copertina fica,eh? Non è errato dire che lo comprai quasi solo per questo motivo. E BENE AVREI FATTO AD ASTIPARMI I SOLDI! La prima serie di questa tanto pubblicizzata (dalla Disney,eh) saga era stata, come gran parte delle storie che il Topolino sta purtroppo sfornando negli ultimi anni, una delusione. Tuttavia, ecco la novità! Ecco finalmente l’elemento che conferisce sapore alla vicenda, rendendola accattivante anche per un pubblico maturo (?) come me! TOPOLINO DIVENTA CATTIVO. Guardate quanta fighitudine, mentre siede su quel trono con quell’ascia minacciosa! E poi il mantello nero, lo sguardo! Questo sì che poteva essere un grande spunto, questo sì che poteva rendere il tutto interessante!
Topolino tornava buono al terzo numero.
Cielo, quanto dolore vedere una così buona idea sprofondare nella tristezza e nello squallore della banalità dopo tre soli numeri.

NUMERO 3: QUALCUNO CON CUI CORRERE


“Un libro eccezionale!”
“Una storia bellissima sull’amore fraterno!”
“Che autore!”
“Io l’ho divorato!”
Queste sono solo alcune delle recensioni che mi avevano illuso che questo fosse un buon libro. Vi dico solo qualcosina.
1) La trama: un ragazzo di Gerusalemme deve salvare la sorella, mi pare, dal racket dei suonatori ambulanti.
2) Il modo in cui è scritto: le scene si susseguono senza alcun senso, o forse è impaginato male, non so, comunque fattostà che ogni tanto controllavo se per caso non ci mancasse qualche pagina.
3) Le scene nonsense: ad un certo punto lui va col suo amato cane nel deserto e trova una villa privata (???) con piscina. Cosa più saggia da fare, si getta in acqua, sicchè arrivano dei tizi e lo picchiano. Si risveglia altrove, senza cane (mi pare di ricordare). La domande è: “COSA? Ma perchè?”. Boh.

NUMERO 2: QUANDO AI VENEZIANI CREBBE LA CODA


Questo piccolo (per fortuna) capolavoro ce lo diedero da leggere alle medie. Mi hanno costretto a leggerlo, ma va comunque nella classifica perchè ho dovuto spendere soldi per comprarlo. Credo che la descrizione sul retro valga più di qualsiasi mio commento: “…un romanzo fiabesco pieno di invenzioni e di sorprese, i cui protagonisti sono due bambini di diversa religione (uno ebreo e l’altro cristiano), i loro eccentrici angeli custodi e una Befana un po’ brilla, che si lascia scappare un incantesimo destinato a mutare la vita della città. Per colpa di quell’incauta magia, infatti, a tutti i veneziani crescono code d’ogni specie: a chi di porcello, a chi di puzzola, a chi di gatto o di caimano… Le conseguenze saranno divertenti, ma anche pericolose, visto che qualcuno cerca di dare agli ebrei del Ghetto la colpa dell’accaduto. Ed è una fortuna che bambini e angeli stiano all’erta, decisi a risolvere il mistero delle code una volta per tutte…
Gli angioletti si chiamavano Pissi e Pussu. Ci diedero da leggere, a noi che eravamo alle medie, che parlavamo di tette e fica ogni minuto della nostra vita, una storia con degli angioletti che si chiamavano Pissi e Pussu. Ma vaffanculo, va’. La cosa peggiore fra tutte fu che metà della classe si beccò questo (indovinate chi c’era fra gli sfigati?), mentre l’altra metà ebbe da leggere un giallo BELLISSIMO che solo a sentire la trama mi venne un moto di invidia. Triste destino.

ED INFINE IL NUMERO 1: PENSIERO CRITICO NELLE SCIENZE DELLA SALUTE

Di questa pietra miliare nella storia dello squallore voi vedete qui nell’immagine l’edizione fica: io manco questa c’avevo, perchè per risparmiare comprai quella schifosa in carta rosa (con stampati su i miei dati personali) in modo da evitare che ci si potessero fare le fotocopie.
Ovviamente il numero 1 della mia classifica non poteva che essere lui, il libro di Giani. Per una esauriente quanto soddisfacente escursione nel meraviglioso mondo che il professor Umberto G. (così si firma e così difatti mi ha firmato il libretto) ha creato per gli studenti dovreste leggere tutto il libro, per una esperienza ai limiti della conoscenza e della tolleranza. Vi riuscirò a dare solo una piccola impressione di tutto ciò che questo libro cela dietro la sua elegante copertina brossurata (che manco avevo, come vi ho già detto).
1) Il libro è un romanzo, e per di più un giallo, in cui lui è il protagonista/detective geniale che risponde al fantasioso nome di Professor Stat, in quanto insegnante di Stat-istica (come lui stesso dice). Il romanzo finisce e non dice nemmeno chi è il colpevole.
2) Si da’grande peso al critical thinking nella nursing diagnosis della post modern society illness narrative sickness evidence based cutpoint randomized trial disease. Mio dio, quanto inglese inutile in quel libro! Quante sigle inutili!
3) C’è un personaggio che si chiama Gionatan. Scritto così. Per di più cambia sesso da maschio a femmina, perchè, essendo tra l’altro il libro infarcito di errori di grammatica, non c’è stata evidentemente revisione delle bozze. Per di più, tutte le parole greche, di cui il libro è infarcito essendo culturalmente così elevato da permettersi di attingere alla classicità per spiegare gli arcani del mondo moderno, sono scritte male e/o con/senza accenti e/o spiriti sbagliati/assenti.
4) La parola “allorquando” viene usata almeno una volta a pagina.
5) E’ impaginato male. Nel 4° capitolo compaiono i personaggi di Mariella e Sor Pampuri (facce conseguenti–> O__O ), che saranno presentati solamente nel 6° capitolo.
6) Le parti inutili. Nel capitolo 3 passa un numero di pagine indicibile a parlare di nazisti, e di come (qui cito) “…forse, senza la statistica, il regime nazista avrebbe avuto difficoltà ad affermarsi.” E poi Gesù, pagine piene di esperimenti di cui non c’è traccia su internet, episodi e personaggi sconosciuti al mondo intero.
7) Mentre i personaggi parlano fra di loro nell’ambito della storia, citano grafici. Da dove li hanno cacciati? Li hanno proiettati? E scrivi almeno che avevano carta e penna!
8) C’è un personaggio che si chiama Garibaldi. Arrossisce ogni pagina in cui compare, sulle 3 volte.
9) C’è un personaggio laureato in chimica, in teologia e adesso anche medicina. Ma chi è, superman? (no,non è manco vecchio).
10) “Mi sono rimaste impresse quelle lezioni così diverse dal normale”      “Solo ora comprendo la profondità di quei capitoli”     I personaggi nel libro elogiano Stat, che sarebbe lui. Triste.

L’UMANITA’ VIAGGIA

postato il 11 set 2011 in Main thread
da Viandante Solitario

L’umanità viaggia come

pagine sparse al vento

nelle notti invernali

e quando i sentieri

si incontrano sui monti

il solitario cammino

la salita abbandona.

E nell’abbraccio del cielo

l’uomo trova se stesso.

Carta, tu che sei giallastra e componente, color dell’ocra.

postato il 11 set 2011 in Main thread
da Deluded Wiseman

Sto per scrivere una cosa molto nerd. E un po’ creepy. Insomma, una cosa che non mi rende molto cool, ma non fa niente(Dante, ti prego aiutami o fammi fuori). Si tratta di carta, ovviamente, un tipo di carta specifica con la quale ho un rapporto particolare. No, non è la carta igienica, o comunque non è quella ciò di cui voglio parlare. Si tratta, e lo dico con un grasso e unticcio orgoglio nerd, della carta dei fumetti vecchi, mi riferisco in particolare a quella che, negli anni ’70 aveva il privilegio di ospitare le colorate e innocentemente fighissime avventure dei supereroi Marvel, per gentile(?) concessione dell’Editore Corno, il primo editore italico a portare nello Stivale le suddette colorate vicende(non voglio sminuire i rispettabilissimi fumetti d’altro genere, dal cowboy al porno, che pure, appartenendo a quell’epoca, odorano similmente. Però non li ho mai letti molto, o comunque non li ho mai annusati con particolare zelo, quindi sticazzi). Anche la carta dei libri vecchi è bella, ha quell’odore penetrante e quel giallino cultura austera che anche il manuale dei panzarotti ha l’aria di un trattato di filologia sumera. Però a me la carta dei fumetti prende di più, ci sono più legato per vari motivi e soprattutto per uno in particolare: le parole del libro le leggi sulla pagina, ok, ma l’azione poi, a meno che tu non abbia la fantasia di un cardo, si svolge nella tua mente, la pagine col testo è solo l’imput. Nel fumetto invece no, è tutto lì sulla  carta: la descrizione, il dialogo e l’azione stessa, si stampano nella testa esattamente come sono nell’albo, e non c’è nessuna operazione di immaginazione(il che è tanto un pregio, quanto un difetto). Il libro puoi anche ascoltarlo, il supporto fisico serve solo ad avere un’esperienza di lettura più intima e vicina al testo, il fumetto se non stringi la pagina fra le mani non è nulla. E’così legato al suo supporto fisico, che per quanto mi riguarda molte delle storie vecchie, ristampate in edizioni nuove perdono metà del loro fascino: sembrano solo delle avventure fuori dal tempo, troppo semplici e variopinte per sopravvivere al fianco delle loro discendenti, più serie e mature, almeno quelle fatte bene. Però se l’edizione è originale il discorso cambia; certo, niente trasformerà “I Fantastici 4 contro l’Uomo Impossibile” in  ”Watchmen”, ma per quanto mi riguarda bastano quella colorazione zingara e imprecisa resa ancora più ignorante dall’alternanza pagine colorate-pagine bianco e nero (poi soppiantata, con profondere di annunci tamarri “Tutto a colori”) e quell’odore inimitabile a conferire a quelle vetuste vignette un senso di ingenua e immaginifica epicità, come quella di pitture e incisioni antiche che ci affascinano ancorché rozze e rudimentali, e rendere godibile qualunque baggianata anni ‘60. Ma poi l’odore, devo ripeterlo. Mi sa che questo è il punto nerd&creep: a me il profumo delle ingiallite pagine dei fumettazzi anni ’70 piace proprio, è inimitabile. Non lo so perché è diverso dal generico (e comunque esaltante) odore di pagine vecchie. Boh. Saranno i colori zingari, le manine unticce di tre generazioni di nerd che le tocchicciano e le accarezzano, sarà che sono stampate su fogli di carta igienica riciclata. Non lo so, però trasuda storia, e storie. Miste: odore delle storie dei supertizi in calzamaglia, della storia di dell’intrattenimento leggero, degli epici viaggi di quell’albo fra cantine e scaffali, e delle storie di tutti i gonzi che lo hanno posseduto, lasciandoci un segno, una macchia di caffè, un nome, una macchia di caffè che non ci pare tanto, ma una macchia marrone SICURAMENTE altro non può essere, e facendoti chiedere cosa cazzo spinga un uomo a spendere L.200 per fare i baffi a Capitan America, o per colorare il costume dell’Uomo Ragno di lillà e azzurro. Chiuderò in bellezza, raccontandovi di quando mia madre mi aveva comprato il glorioso “Fantastici 4 n.56” per natale, impacchettandolo solo dopo averlo inscatolato per non farsi sgamare subito, fallendo perché io già in macchina esaminando i regali come tutti i bravi bambini fanno avevo percepito l’odorazzo di fumetti vecchi. Lo so, è un incesto fra un aneddoto e uno spoiler, ma non avevo il cuore di narrarlo cristianamente.

No amici, non ve ne andate! È un feticismo socialmente accettato, chiedete pure a tutti gli appassionati in quelle le fiere del fumetto che non ho MAI frequentato!

C’è a chi piacciono i piedi, a chi le scarpe, a chi le carrozzerie cromate, a chi le tette. Bè, a me piacciono le tette i fumetti vecchi, carta compresa, sì.

 

 

PS:servirà un post per spiegare il titolo.

 

Una strana giornata

postato il 9 set 2011 in Main thread
da Bread

[Ho deciso di scrivere una breve, stupida storia sulla carta. Niente di troppo originale, ma mi sembrava simpatica l'idea (ispirata dal post di Azazello)]

Ludovico si svegliò dolorante intorno alle cinque e trenta del mattino, era ancora presto, la sveglia sarebbe suonata ben trenta minuti più tardi. Tuttavia i dolori intestinali non gli permettevano di riaddormentarsi, pensò: “ecco, la diarrea”. Gli accadeva sempre quando era in ansia, e per l’appunto quel giorno avrebbe dovuto sostenere un esame. Scese dal letto tutto assonnato e si diresse al bagno; una volta liberatosi si accorse con sorpresa che mancava il rotolo di carta igienica. Cercò nel mobile dove teneva l’altra carta. Niente. Lavatosi come meglio poté uscì dal bagno stizzito dall’inconveniente, erano ormai le sei meno un quarto, fermò la sveglia, ormai inutile, ed accese la luce. Guardandosi intorno si accorse che sugli scaffali della sua libreria non era rimasto più niente se non i soprammobili che teneva davanti ai libri. Il resto era svanito, la scrivania era preoccupantemente sgombera da tutti quei fogli e cartacce che abitualmente la occupavano. Restò per un poco ad osservare la stanza inebetito… sebbene turbato nel profondo da quella strana situazione non si perse d’animo, pensò: ” farò tardi all’esame! quando torno cercherò di capire cosa sta succedendo”. Si vestì rapidamente e frugò nei cassetti alla ricerca del libretto (anche nei cassetti mancavano all’appello varie cose), del libretto trovò soltanto la copertina di plastica che in genere lo conteneva. Frugò nel suo portafogli per cercare i documenti; alla carta d’identità era toccata la stessa sorte del libretto: solo la fodera,
non notò l’assenza di contanti dato che il suo portafogli ne conteneva raramente. Scese e si affrettò alla fermata dell’autobus, giuntovi si cacciò una mano nella tasca per prendere una sigaretta, ma vi trovò solamente un ammasso di tabacco sparso e dei piccoli cilindri bianchi. Estrasse dalla tasca quel mucchio informe e lo gettò furioso in un cestino vicino alla fermata.

Quando Ludovico giunse all’Università in questa regnava il caos. Vide gente che correva a destra e a manca, vide gli addetti alla segreteria in preda al panico che litigavano tra di loro, vide professori fissare con sgomento l’interno delle loro borse. Restò al centro del salone d’ingresso per alcuni minuti a fissare incredulo quella situazione che mai nella vita avrebbe immaginato di vedere. Fu risvegliato dal suo stato di trance da un impiegato gobbo che correndo per la sala lo urtò e gli urlò: ” E’ scomparsa la carta!!”

Ludovico capì. In un attimo quelle parole pronunciate da quel bizarro figuro gli fecero collegare tutta la serie di strani avvenimenti di quella giornata. Era scomparsa la carta. Documenti, registri, incartamenti varii… tutto scomparso. Contanti, scomparsi (eccezion fatta per le monete). Uscì da quel luogo ove era ormai impossibile restare, ma la situazione che trovò al di fuori fu ancora peggiore. Risse ed aggressioni in ogni angolo della strada, nel disperato tentativo di accaparrarsi gli spiccioli altrui; le forze dell’ordine cercavano di ristabilire la calma arrestando ogni tanto qualche facinoroso ma la totale assenza di documenti rendeva difficile il loro lavoro. Ludovico cominciò a correre verso casa per mettersi in salvo, arrivatovi accese il televisore. Il telegiornale faceva il quadro della situazione: in tutto il mondo regnava il caos. La popolazione era nel panico per l’assurda sparizione, i ladri aggredivano i passanti, i predicatori annunciavano la fine del mondo!
Ludovico si sedette in terra in un angolo della stanza e crollò: pianse, pianse per ore finché non chiuse gli occhi credendo di morire.

La sveglia suonò impietosa alle sei del mattino. Ludovico si svegliò con ancora nel letto il libro dal quale aveva ripetuto fino a tarda notte. Scese dal letto e fissò la sua stanza, ancora turbato dal sogno fatto quella notte, ma non aveva tempo: avrebbe fatto tardi all’esame, afferò la borsa, prese il libretto dal cassetto e scese di corsa le scale verso la fermata dell’autobus.

L’ultimo racconto

postato il 6 set 2011 in Main thread
da ad.6

L’immenso sole era rosso e nero il cielo senza stelle. I piedi dell’uomo calcavano con incedere lento e pesante il suolo polveroso e lo stesso facevano i sandali della donna e le scarpe del bambino e le gocce di una pioggia in un mondo senza nubi. E senza concedere alla terra il riposo e il conforto dovuti a una madre malata, il capo reclino ma vigile sulle lenzuola del tempo passato, l’uomo e i mille e mille come lui, con i loro leggeri passi sconfitti ma forti della propria rassegnazione, percuotevano la sabbia che, sollevata dal costone della collina, riempiva la vallata sottostante e il fiume, i cuori degli uomini e con essi il mondo intero, mutando tutto in sabbia.

Lì, circondata dai bruni colli da lontano giunti per adorarla, si ergeva immane e sconfinata la Roccaforte Celeste, ultima e più grande espressione dell’umano attaccamento alla terra, nelle ere che furono, alla quale lo straordinario castello, assieme alle aride colline, cingeva il capo, comico diadema per la decrepita reginella del cosmo.

<<Avanti, figliolo. Pochi passi, poche ore e saremo alla Celeste, tutti assieme come all’inizio dei tempi>> sospirò il padre rivolto al figlio mai avuto mentre arrancava assieme a tutti gli altri in incommensurabile carovana. “E allora l’Ultimo Re chiamò a raccolta le genti da ogni luogo e la terra rispose a lui unita e compatta preparando il carro verso i sentieri del sole”* si ripeteva la litania, quasi un inno sacro, ben più che un rituale magico, figlia di un mondo in cui finalmente la scienza era tornata a chiamarsi magia e in cui la religione non era più che un’ombra di ciò che fu, ormai rimasta senza speranza, che è l’unico Dio dell’uomo.

Così, sotto la magica calotta di piombo fuso che oscurava il cielo e preservava la terra, da ogni parte del mondo sulle cineree cime attorno alla Roccaforte Celeste confluivano i fiumi ultimi della vita che, curvi e vorticosi in perfetta simmetria, formavano con i loro plotoni di uomini un nuovo sole pulsante, a sfregio del suo ormai immobile fratello, e calmo e vivo le spire di questo avvolgendosi in maniera fluida ed incolore attorno alle antichissime pietre della Rocca “ch’è fine e fulcro per cui ruotano il tempo e la storia”**.

La Roccaforte Celeste, cuore e culla dell’uomo e degli dei, era loro rifugio nei periodi di maggior travaglio: narrano i testi di come vi si ripararono i secondi allorché furono primariamente sconvolti dalla nascita della vita (Quale vita? Nascere? Morire?) e del giorno in cui lo faranno i primi, parimenti sconvolti di fronte alla chiave dell’immortalità, che è il nulla. Ecco quindi il dono e il pegno, la promessa e l’imposizione dell’ultima cattedrale del cosmo: sarai dato alla luce, luce sei e nella luce svanirai come le ombre; l’essere dei non è un’aggiunta ma una privazione e dovrai dare in pegno una sola, effimera cosa: l’esistenza.
Così eccolo il baluardo della vita che non è più (né forse è mai stata) speranza accogliere in sé le ultime lacrime dell’uomo e rifulgere di queste. Ogni uomo è lì lacrima dei propri occhi perché gli occhi ormai non potendo piangere sono sostenuti dai monti e dalle nubi che, non potendo confortarli, soffrono e piangono per loro.

La polvere in prossimità del centro del sole viene calpestata da passi di donna. La donna cammina portando in braccio la figlioletta, la quale non emette suono né può (né vorrebbe) spostare la polvere che fa da silenziosa cappa al mondo: non esiste.

<<Rimira l’alta dimora dell’Ultimo Re, figlia mia>> fu la frase che disse, gli occhi al suolo di ruggine, la donna rivolta alla figlia che non aveva. E la donna stessa, in altri tempi, sarebbe stata chiamata duchessa se non fosse stata uguale, nell’estremo frangente, a tutte le altre donne. E sarebbe stata detta donna se in quegli ultimi attimi, alla fine del mondo, tutti gli uomini non fossero uguali, in cammino nella polvere. Fu così che il magro profilo, senza ricevere risposta alla domanda che non aveva fatto, entrò.

Ma, voi, guardate l’edificio celeste le cui fondamenta furono poste dalle immortali braccia degli dei antichi! Voi che potete, prostratevi dinnanzi alla gloria della magia che ancora tiene assieme la terra con la terra e l’uomo con l’uomo! Le mura svettano dal suolo tanto massicce e tanto estese da parere non meno di un altro suolo e di un’altra tutt’altro che indifferente tessera del cosmo; tuttavia sono così leggere e così fini da sfidare l’aria ed il vento ad attraversarle senza che nessuno dei contendenti ne risenta minimamente. Costole e braccia e ossa del pianeta, erano inizio e fine e pura luce. Ma quale meraviglia nell’occhio indagatore nel vedere che, quale ultima effige del mondo in rovina, anche la Celeste rovinava! Quale sgomento nel notare le crepe nei muri, gli intonaci scrostati, gli arazzi in polvere, i gradini scheggiati, le torri senza camminamenti né guardie, le guglie spezzate! Quale indicibile dolore e malinconia nel trovare l’atrio freddo e muto dove una volta erano calore e gradevole musica, la luce debole e soffusa, gli scaloni principali divenuti ormai un’unica salita verso il primo salone attraverso la sola anta rimasta ad una porta ch’era d’oro e diamante! Quale parola potrà dire come le sale siano diventati corridoi, una volta crollate le divisioni tra queste, come le porte assi di legno e i soffitti pavimenti? Questo rende la Città del Cielo impareggiabile tra le creature concepite! “Specchio e immagine immortale dell’universo”, riassume in sé le fratture e i tormenti e gli spasmi ultimi del mondo ed è in questo che compie veramente se stessa e si completa, perché le fessure e le crepe e le mancanze sono tante e tanto aerei e fini i muri e le costruzioni che più non è dato, nella sabbia che vortica come un tempo vorticavano i pianeti attorno al sole, distinguere la parete dalla finestra o il vetro dalla luce, la luce dal vetro. Impossibile ormai per lo sguardo disattento, umano, discernere il dentro dal fuori, questa la prima vittoria della Roccaforte Celeste, la quale ingloba in sé il nulla e il tutto, insieme come ai primordi. La prima, lo sguardo dell’uomo. La verità, ancora visibile, in quegli istanti, solo agli occhi degli dei, era il permanere, intatto, di un unico, invisibile muro grazie al quale, ai loro stanchi occhi, pareva ancora esistesse una Rocca distinta dal Mondo. All’interno, dunque, ecco il compassionevole sorriso quando, dopo gli atrii e gli scaloni e i corridoi e i soffitti, si giunge alla sala reale dell’Ultimo Re, dell’uomo e del cosmo. Era lì che vestiva una corona spezzata e, quale estrema gemma, con la Celeste, vestiva da corona al mondo. Quasi più che figura, egli sedeva sul trono che fu dei suoi padri, di grandezza spropositata lo faceva sembrare un bambino, ramoscello in mano e sterpaglia sul capo da poco immerso tra i fiori del campo erboso, giocando a fare il re. Quale spettacolo, allora, sul suo trono senza schienale e senza braccioli, senza tessuti e velluti, vedere una tale schiera di piccole formiche tornare in una casa ormai per loro indistinguibile dal mondo, tornare da lui, tornare sotto lo sguardo degli dei ormai da troppo tempo silenti nel loro rifugiarsi dalla vita! “A mirar siffatta, composta turba non sarà tuttavia spettacolo alcuno, ché spenti saranno gli occhi dell’uomo e gli occhi di dio, gli uni per sempre, gli altri da sempre e per sempre***”.

Entrati che furono tutti, nei mesi, nella sala del trono, l’Ultimo Re sollevò il pesante braccio ricoperto di stracci così smuovendo la cenere accumulata dallo scorrere inarrestabile dei secondi, aperse la bocca e da questa uscirono parole di polvere che lentamente si adagiò al suolo. Uno solo poté udire quello che l’uomo non poteva aver detto coi suoni. Fece il suo ingresso.

Chiamato dal Re, entrò nella sala vestito di compatta polvere che appariva come luce una persona come quelle di un tempo, come gli dei ancora prima, con le iridi del colore del cielo profondo. E lo sguardo calmo e comprensivo, esile l’alta figura ma solida come i monti. Sorrise e le tenebre, benché inesorabilmente attanagliate attorno al morente cuore del mondo, abbandonarono per un istante gli occhi degli uomini che finalmente lo videro.

<<Eccomi a voi>> e le parole, normalissime ma belle come le cose che svaniscono nel tempo e nello spazio senza lasciare traccia di sé, riscossero i loro cuori dagli abissi, un’ultima volta.

<<Siamo qui per narrarvi una breve storia ciclica, la vostra e la nostra storia, di come nacque il mondo che conosciamo e di come non finirà, delle leggi che lo regolano e dell’eccezione, che è legge e speranza dei vivi e degli immortali. Ascoltatemi e guardate ciò che dico, di modo che il mio verbo sia per voi la luce, perché ormai è il tempo delle tenebre.>>

Con tali parole cominciò lui e loro iniziavano ad ascoltarlo con la noncuranza del vento. Li guardò, allora, illuminandoli della propria inspiegata forza e narrò del principio dell’universo, della fiamma, del tremendo rumore, dei colori, della vita, dell’uomo, della magia, della scienza, della magia, nuovamente. Ad ogni parola, ad ogni sillaba, risuonava di più il cristallo dei cuori degli astanti, dell’umanità, e di più questi abbandonavano il tramonto per poter immaginare l’alba.

<<Ed ecco che l’uomo, casuale inabitante del giardino di dio, colse l’ultimo barlume di ragione in una mente ormai allo stremo e comprese che il mondo andava morendo: spente sarebbero diventate le stelle e freddo tutto ciò che è, l’erba polvere e le piante e i viventi e tutto sempre e solo indistinguibili e radissimi granelli di polvere. Aveva inoltre compreso che, sebbene il mondo fosse stato in costante declino fin dalla nascita, tuttavia il sapere umano era non dissimile dal sole nel suo corso, il quale prima sorge e già esulta per la propria vittoria sul mondo quand’ecco che ormai declina e si spegne, e allo stesso tempo compresero che inevitabile sarebbe stato il tramonto della scienza. Allora, sfruttando di questa l’attimo di massimo fulgore, si adoperarono affinché, quand’anche il sole e le stelle fossero morte, il pianeta potesse continuare il suo viaggio disperato nel vuoto, sfruttando le ultime, esigue energie dell’universo. Poi che il sole ebbe posato finalmente il capo tra le eque braccia del nulla e con esso, già da ere, la creatività degli uomini e l’anima della scienza, si mise in atto il grandioso programma degli antenati, senza che ormai nessuno potesse comprenderlo, e fu costruita, o forse rivelata, la Roccaforte del Cielo e innalzata dall’antico sapere la magica e plumbea coperta che è culla e capezzale alla terra e all’uomo. Fu subito il momento di inviare, secondo quanto ultimamente disposto, una persona come quelle di un tempo, come gli dei ancora prima, perché, altro e diverso figlio degli astri, andasse tra le stelle, ormai piccoli sassi scuri dispersi nell’oscuro vuoto, alla ricerca di una verità nella vita, alla ricerca del sogno e del mito. E costui, mentre guardava nel nero del proprio cuore più che nel nero del cosmo alla fine dei suoi giorni, proiettandosi nel mare di ciò che viene immaginato, verso altri Zeus e altri Ade, capitò lì, navigatore allo stremo, oltre i limiti della propria mortalità, dove dio, l’intuizione o la fantasia più irreale ti rivelano la realtà. Brandendo allora la verità quale spada, trafisse le tenebre dello spazio e del suo futuro e tornò ai verdi campi e alle distese azzurre che lo avevano generato.

<<Ed ora sono qui, perché l’eccezione è alle porte, lo strappo alle regole che è regola essa stessa ed è la porta per il vostro futuro, che è il presente.

<<Arrivò un bardo dalle stelle, tornando tra mari e valli e trovando valli di grigio sale e mari di oblio, si guardò attorno e se ne dispiacque. Si diresse dall’uomo e gli parlò con parole dolci, parlandogli del suo passato e del suo presente e donandogli la speranza, che è la realtà.

<<E lì, al cielo! Su! guardate! Il bardo ha appena finito di parlare di sé che la sfera di piombo comincia a ruotare e a brillare di azzurro splendore e piove acqua. Acqua. Siete allibiti, lo vedo, voi ridete! Quanto tempo, quanto tempo che gli uomini non sono più uomini! Perché voi lo vedete, fuori e dentro, che il mondo piove, che il corso si inverte. Torna il vapore fuggito nei millenni via dalla terra e vi si ricondensa in gocce, la sabbia torna pietra e la pietra torna roccia e monte, la polvere torna, placida ma inesorabilmente, erba e alberi e vita! L’uomo torna uomo perché è il cosmo che torna sui suoi passi, senza che lo stesso faccia il tempo. Quanto avevano sbagliato i nostri avi quando, dalle vette dei monti osservando il cielo e l’animo nostro, avevano predetto il destino e la fine dell’universo, nel vuoto e nell’oscurità! Vedete ciò che dico e piangete di gioia, come è scritto ed è giusto e le vostre prime lacrime, mai si vide cosa simile, spegneranno le fiamme di questo sole fasullo e riaccenderanno, nell’imponente ineluttabilità degli eventi, il vero sole attorno al quale già la terra si appresta a danzare in festa, per sempre e poi per sempre e per sempre. E danzate, danziamo assieme alla terra, nell’erba che sta nascendo, sotto la pioggia che laverà finalmente ogni sconforto dai nostri volti, ingiustamente cupi e vuoti per troppo tempo sotto l’ingannevole scure della morte!>>

Fu allora la danza dell’umanità, la più bella che mai si sia vista e che mai si vedrà. Persino gli dei, che mai si curarono delle faccende umane, scesero tra di loro e, assieme nel comune destino e nel comune tripudio, ballarono danze celesti, mano per mano con gli altri. Uno è da sempre l’invincibile nemico delle divinità, ovvero l’Ineluttabile, ed ora essi vedevano che era stato sconfitto.
Tutti guardavano e tutti vedevano, tra i coloratissimi voli degli immortali e le armoniose danze dei mortali, il mondo che rinasceva e con esso le speranze, che sono gli dei, e gli dei e il sapere, che è vita, e la vita.

Sola, al centro dei volteggi, dei cerchi in musica, del cosmo, della Roccaforte Celeste, era la Morte che non danzava, ma sorrideva solamente. E vedeva. Il suo sorriso aveva un che di materno e un qualcosa di malinconico nel rimirare tutta quella festa universale attorno a sé.

<<Certo che mi hai piacevolmente stupita, sai? Non ti facevo così romantico>> disse lei al Nulla lì fermo a contemplare il tutto quasi compiaciuto, quasi felice ed in qualche modo pensieroso, se mai fosse stato possibile al Nulla, appoggiato su un grumo di calce invisibile ai mortali, una persona come quelle di un tempo, come gli dei ancora prima.

E allora il mondo fece l’ultimo passo che gli era stato concesso: quell’intangibile e misera costruzione, nel silenzio totale, crollò e divenne invisibile anche agli occhi degli dei e la Roccaforte fu il mondo e il mondo fu la Roccaforte per un unico, lunghissimo, addirittura piacevole istante. E, quasi in risposta, egli si volto verso di lei e le sorrise per un’ultima volta, alzò le spalle e disse:

<<Che ci vuoi fare? Siamo fatti così.>>

E fu il nulla.

 

 

*Libro della Scienza, Cap. XXVII
**Libro della Fede, Cap IX
***Libro della Scienza, Cap. XXIV detto “Apologetico”

La storia, intima e breve, di una partenza

postato il 6 set 2011 in Main thread
da VaMina

Soppesò il phon in una mano e il pentolino della ceretta nell’altra. Non sarebbero mai entrati entrambi e, in fondo, la ceretta è una cosa diabolica. Eccolo, il vincitore. Gettò con malagrazia il phon sulla pila di vestiti, chiuse la valigia e la fissò. Era di quelle che si usano come bagaglio a mano: compatta, ultraleggera, tante cose belle nella pubblicità, insomma. Non c’entrava nulla lì dentro. D’altronde, proprio quella volta, inutile lamentarsi, una valigia migliore non avrebbe aiutato, dato che non aveva idea di cosa le potesse servire. Stava iniziando a considerare l’idea di prendere uno zaino, infilarci un cambio di biancheria e basta, ma un suono persistente bloccò il pensiero disfattista sul nascere. Mentre si dirigeva verso il telefono che squillava già da un po’, afferrò il libro che stava leggendo. “ Mamma? Sì, sono quasi pronta. No mamma, non mi porto un panino. No, non penso che serva. Anche io vi voglio bene. Ciao.” Sospirò. La quinta maledetta telefonata della giornata. Non mancava molto, doveva sbrigarsi. I documenti li aveva già in borsa. La ossessionava quella sensazione strisciante, che penetra la mente, la carne, le ossa. Non la sensazione di aver dimenticato qualcosa. No, era la certezza che appena avesse varcato la soglia di casa, avrebbe sentito quel bisogno che domina le partenze. Il bisogno irrefrenabile di portare quel vestito che non hai messo in valigia, di sentire quel disco che non hai mai comprato, di vedere quell’amico senza il quale hai vissuto benissimo per tre anni, di stare nella cucina che detesti, sulla sedia che odi, a bere un caffè che bruci sempre. La sensazione che l’aveva sempre spinta a tornare in casa, le innumerevoli volte che aveva cercato di scappare. Uscita dalla porta, le era sempre mancato il coraggio di chiamare l’ascensore, di trascinarsi per le scale. Passò in rassegna le finestre, per la terza, quarta volta. Chiuse i cassetti e le ante degli armadi rimasti aperti. Non avrebbe dovuto chiamarlo, quella mattina. Gli altri li aveva sentiti tutti la sera prima, li aveva salutati, aveva augurato belle cose, ripromettendosi, niente telefonate, quel giorno. Ma non aveva resistito. Aveva fatto le cose con calma, aveva scritto un foglio pieno di parole e cancellature. Si era seduta a gambe incrociate, per terra, con le spalle al termosifone, come quando era ragazzina. Aveva alzato la cornetta con circospezione, fatto il numero, aspettato. Un bel respiro. Poi aveva accartocciato la pagina piena di inchiostro sensato e piuttosto ragionevole. Aveva urlato, pianto, insultato, tutto nei trenta secondi concessi dalla segreteria telefonica. Lo squallore dei gesti rituali, infantili, l’assaliva. Si spazzolò i capelli, spense le luci, chiuse l’acqua, il gas. Controllò il gas. Spinse i bagagli davanti alla porta. Chiuse gli occhi, fece mente locale. Era tutto pronto. Uscì tirando la valigia e chiuse a chiave.
Quando scese nell’atrio quasi tutti gli altri inquilini erano già all’esterno, sulle scale. Li raggiunse.
“Buongiorno a tutti”.
“Buongiorno, cara, si sente pronta?” Il suo vicino le fece cenno di avvicinarsi. Sistemò la roba con quella degli altri, accatastata in un angolo dell’ingresso, e si sedette accanto a lui. Si sentiva pronta? Sì. No. Forse. Cercava di non pensarci. Si sforzò di rispondere:
“E’ una bella giornata, vero?”
“Vero, vero. Ottima, per un avvenimento simile. Ha visto la signora del terzo piano?”
“No, perché?”
“Credo non l’abbia presa bene. L’ho sentita urlare.”
“E’ successo a molti.” Diede un’occhiata all’orologio. “Sta iniziando.”
I borbottii di tutti cessarono. Guardavano attenti davanti a sé.
Il loro palazzo non fu il primo ad essere colpito. Cominciò come una frustata, come una decisione presa all’improvviso, come un’idea lancinante. Il cielo si copriva di rosso, di blu, di colori sconosciuti, vorticavano, brillavano intensi. Venti opposti lottavano, strappavano i vetri alle finestre, le antenne ai tetti. Scoppi purpurei ribollivano in lontananza, le fiamme guizzanti che lambivano le stelle e il sole. L’asfalto si fendeva, crepe si aprivano scure e minacciose nel terreno, sputando fumi neri e violacei, simili al respiro di un drago che si annida sotto la terra da tempi lontani, impaziente, ora che vede la speranza di levarsi ancora una volta in volo. La più completa gamma dei suoni e dei rumori squarciava l’aria, rombi, sinfonie, grida, frastuoni. I palazzi tremavano squassati da spasmi irregolari e crollavano. Gli alberi si innalzavano come per un profondo sospiro e ricadevano gemendo nelle fosse, nelle nuove valli urbane. Le automobili si accartocciavano e si scioglievano, i lampioni si tuffavano nel fuoco. Una pioggia insistente cominciò a battere sulle fiamme, che annegavano, naufragavano, morivano, risorgevano. Schiere di nubi nere marciarono dagli angoli del cielo e, dopo essersi mischiate nel mezzo della volta celeste come armate nemiche che si scontrano furiosamente in battaglia, si saldarono ai fumi oscuri che sorgevano dalla terra, oscurando la vista. E poi, tutto finì.

Capitolo VI: Non accettare caramelle dagli sconosciuti

postato il 2 set 2011 in Giocoaperitivo
da Banshee

Andrea non avrebbe mai potuto neanche sognare, nella sua mite vita di tutti i giorni, di doversi ritrovare a fare i conti con gli errori del più temerario dei suoi avi. Per giunta in una situazione così macabra e paradossale, nella quale era giunto persino a rinnegare e dubitare del primo fondamento dell’approccio con il diverso: la coscienza del proprio essere.
Così, in quel momento, avrebbe potuto asserire solo di trovarsi in una sorta di studio insufficientemente illuminato da un’abat-jour e da una finestrella dal vetro opaco, circondato da una decina di volti sconosciuti di uomini tanto anziani quanto apparentemente eruditi ed intenti ad osservarlo. Aderbale era riuscito ad estorcergli la verità intorno al luogo dove si trovasse l’agognata collana, ma a chi avrebbe giovato quest’informazione? Andrea fin ora non ne era neanche lucidamente a conoscenza, dal momento che la verità era sepolta nel suo inconscio corrispondente all’anima del nonno misteriosamente defunto. Come avrebbe dovuto muoversi? Aveva appena consegnato un prezioso tesoro nelle mani di inaffidabili sconosciuti? Se fino a quel momento aveva deciso di fidarsi del “Capo della confraternita degli Astrologi”, ora iniziavano a sorgergli innumerevoli dubbi.
Mentre il nostro protagonista si tormentava con quesiti di questo genere, entrò nello studio una donna dagli arruffati capelli bianchi ed il volto segnato da profonde rughe, che prese a fissarlo con sguardo spiritato, incuriosito eppur serissimo. Senza dire una parola si avvicinò lentamente a lui e, sorridendogli garbatamente, gli afferrò saldamente il polso per poi stendergli il braccio ed iniettargli in una vena, con una piccola siringa che teneva nascosta nell’altra mano, un dosaggio sub anestetico di quel che si può definire “siero della verità”. Andrea entrò subito in uno stato di para ipnosi, sudando freddo e avvertendo lievi e incostanti palpitazioni dettate dalla paura. “Se questi uomini fossero stati davvero interessati a sapere solo dove si trovasse la collana per nobili fini, non avrebbero indugiato oltre … ” : questo fu l’ultimo pensiero che gli stava scivolando nella mente prima di mettere a tacere la coscienza.
Aderbale aspettò pochi minuti per poi iniziare ad estorcere, a quella mente ricca di aneddoti e conoscenze del passato miste a quelle del presente, le vicende del passaggio della collana dell’immortalità dalle mani di Muzio (tale era il vero nome del nonno di Andrea) alla cassaforte del Palazzo Centrale dello Stato.

Così, sfruttando la propria persuasiva capacità dialettica, disse con il più pacato dei toni: “In questo momento tu sei vulnerabile e pronto a rivelarmi ogni dettaglio di cui ti domanderò. Neppur più un corpo possiedi, Muzio, ed ingannare il tuo giovane ed ingenuo nipotino è stato tanto semplice quanto la sua reazione scontata e puerile, e tutti l’avevamo già previsto. Non sono qui per parlarti di come io e le altre menti eccelse che mi circondano adopereremo quel che era il tuo prezioso gioiello, ma sappi solo che il possesso del suddetto coronerà centinaia di anni di ipotesi, studi ed infiniti calcoli. Risponderai a tutto ciò che ti chiederò pur andando contro i tuoi princìpi, è così?”

La voce di Andrea rispose: “Certo, sì.”

Compiaciuto, Aderbale continuò: “Ottimo, non mi sarei capacitato di una risposta contraria. Dal momento che tra un’ora e quarantotto minuti ti risveglierai e cesserò di avere il totale controllo della tua mente, mi affretto a chiederti quanto più. Bene, dunque, come entrasti in possesso della collana? Illustrami le dinamiche dell’evento, immagino fu un giorno speciale per te, di certo ricorderai molto.”
Fissando il vuoto davanti a se, l’ipnotizzato Andrea asserì: “Era il 25 aprile del 1893. Mia sorella Teresa, costretta a farsi monaca di clausura all’età di 18 anni, per merito, devozione e sacrificio era diventata la madre superiora del monastero. La precedente direttrice le lasciò in eredità la collana dell’immortalità -non ritenendo di poterla usare per scopi personali poiché aveva fretta di raggiungere il Signore e la beatitudine eterna- che custodì per soli due mesi poiché le minacce di morte ed i ricatti anonimi che riceveva quasi quotidianamente tramite missive portate da colombe notturne erano troppe. Sull’orlo della depressione mia sorella m’inviò una lettera nella quale mi disse che avrei dovuto farle il favore più grande della sua vita: custodire la collana al posto suo, anche dal momento che non considerava nessun’altra monaca all’altezza dell’incarico. All’alba di tre giorni successivi l’avrebbe gettata dalla finestra ed io sarei dovuto trovarmi lì per raccoglierla. Così feci. Tornato a casa la misi del baule dei gioielli di mia moglie, che conservavamo sotto il mucchio di vecchi manuali nel solaio, il punto più alto e inaccessibile della casa …


mi gira molto la testa … il solaio … l’almanacco di botanica, sul cofanetto … mi sento mancare … le chiavi … il letto …”

Andrea sembrava star fissando un ricordo con gli occhi sgranati, le labbra improvvisamente serrate in una smorfia di inquietudine, un braccio tremante ed il respiro affannoso tipico di un matto sull’orlo di una convulsione nervosa.
Aderbale, per niente scosso dalla reazione del giovane, cercò di mitigare la situazione in modo diplomatico: “Ecco, qui arriva la parte interessante. Su, da bravo, raccontaci della sparizione della collana e tra poco sarà tutto finito, ti lasceremo tornare alla tua vita e di aver fatto la nostra piacevole conoscenza ti parrà solo un sogno. Lo facciamo perché la scienza senza questo campione non avrebbe più possibilità di uscire dalla fase di stallo in cui si trova. E sai perché ci preme tanto ottenere proprio quella collana? Perché un tempo era nostra, e contiene l’unico esemplare di perla classificata da noi, nel ‘400, “Lambit S+”. Ci fermammo a capire che fosse introvabile in natura ed attribuimmo a combinazioni astrali il suo potere, quando oggi con il progresso scientifico potremmo razionalizzare il suo processo di conservazione della vita e analizzarne la composizione con precisione impeccabile. Ora ci dirai cosa ricordi fino alla sua perdita”.
Superato il panico, dopo una leggerissima iniezione di pochi millilitri di estratto di Valeriana in soluzione, Andrea proseguì con la sua estrema confessione in stato ipnotico: “M-m-mi svegliai di soprassalto alle 5 del mattino, bussavano insistentemente alla porta e così andai ad aprire. Ricordo che avevano dei volti così scuri … entrarono d-dicendo di essere della polizia e di dover fare un’urgente p-perquisizione . Io chiesi chi fosse stato a denunciarmi e dissi che ero un uomo pulito, che non avevo nulla da nascondere. Senza darmi retta proseguirono inoltrandosi nella mia dimora, e più sicuri di quanto non lo sarei stato io stesso se avessi voluto dare un’occhiata al mio patrimonio, si fiondarono su per la rampa di scale di marmo e raggiunsero il s-solaio. Aprirono il baule di mia moglie, che ignara di tutto dormiva come una lattante al pianterreno, rubarono la preziosissima collana che avevo in affidamento dal monastero e, dicendo che l’avrebbero dovuta custodire loro, la portarono via in fretta e furia.”
Aderbale annotava su un quaderno rilegato ogni singola parola che usciva dalla bocca della vittima di quella manipolazione. Sperando che la caducità dell’effetto del siero fosse simile alla ripresa dei sensi e la vividezza delle immagini oniriche verso il risveglio, esordì: “Non può finire così. Come sei venuto a conoscenza dell’attuale posizione del nostro gioiello? Com’è finita nello scrigno dello Stato? Presto andiamo, che l’effetto sta per svanire e di ulteriori sieri siamo a corto”
Andrea, che stava già riprendendo il controllo motorio di qualche articolazione, rispose: “In sogno. Dormii molto profondamente quella notte, perché tutto il giorno avevo ricercato informazioni sulla fonte principale del saccheggio in giro per la città, e mi ero dannato l’anima senza trarne alcuna conclusione. Avevo sognato il Palazzo Centrale dello Stato, ed una ragazzina che vendeva succo di limone in un piccolo chiosco proprio lì, quasi annesso alla porta principale. Vidi me nel sogno, dall’esterno come se mi trovassi in un quadro, mentre intingevo una stilo in un bicchierino di quell’aspro succo … allora ai primi chiarori dell’alba mi destai e corsi verso quel Palazzo, e lì dove nel mio sogno c’era il chiosco trovai una parete liscia e linda. Accesi un fiammifero per illuminare meglio quel che avevo intorno poiché a quell’ora del mattino di luce ce n’era ben poca. Notai subito che su quella parete all’avvicinarsi del mio fiammifero si scuriva qualcosa in modo discontinuo, non come quando bruci dell’intonaco, ma ecco si formavano dei simboli. Allora intuì che fosse inchiostro simpatico. Qualcuno aveva scritto un codice su quella parete, e si era servito solo di succo di limone per non attirare l’attenzione dei passanti all’indomani. Doveva essere un piano ben calibrato, ad ogni modo entrai e … sì, ricordo, salii le scale verso le sale private contenenti gli archivi. Avrei voluto tentare di arrivare alla cassaforte … fu temerario da parte mia, che sono un uomo così abitudinario … ma sragionavo per quel gioiello, per il suo luccichio, per la responsabilità del suo possesso. Spinto dalla fiducia che avevo nel vivido sogno di quella notte, stavo per consegnare il codice che avevo letto sul muro ai due funzionari di guardia per le porte del tesoro, quando qualcuno mi sparò alle tempie, alle mie spalle.”
Queste furono le ultime parole che Muzio pronunciò attraverso suo nipote, al che il suo corpo di quest’ultimo si svegliò e riprese coscienza, ora ignaro del vero carattere di quell’incontro e delle intenzioni di Aderbale. Quest’ultimo continuò a persuaderlo del fatto che il gioiello servisse a lui e agli altri per combattere la corruzione dello Stato e le scorribande dei pirati, persistendo nell’inganno. Quando il portavoce del gruppo degli eruditi si alzò, seguito dagli altri, si congedò dicendo: “Andrea, dobbiamo consultarci intorno le misure da prendere per affrontare la faccenda alla luce di queste nuove informazioni. Spero tu possa capire e attendere qui fino al nostro ritorno, che sarà al massimo tra una mezz’ora. Fuori c’è un mondo pericoloso, lo facciamo per te, qui sei al sicuro”.

La porta si chiuse alle spalle dell’ultimo uomo barbuto, e Andrea ci mise qualche ora a rendersi conto di esser stato ingannato e abbandonato in uno stanzino con scarso ossigeno e la porta blindata.

* * *

Salve! Non rispolveravate questo racconto da un po’ di tempo, eh? Spero vi piaccia questa mia versione dell’avventura o che almeno abbiate apprezzato il mio tentativo di continuarla! Gli altri capitoli mi sono piaciuti moltissimo, quindi mi sono proprio divertita a scriverne il VI.

Per i prossimi autori, gli argomenti saranno:
La malattia
La rivalsa
La solidarietà

Per veri arditi – parole e digressioni:
Psicolabile
Acme
Etilico
Placido
Strudel
Marino

Proprio per chi non ha altro da fare nelle sue giornate e vuole dimostrarsi eroico:
Far sì che il titolo sia un palindromo molto personalizzato. Nel senso che dev’essere un neologismo coniato da voi!
Scrivere tutto il post adoperando solo parole contenenti un massimo di tre vocali

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