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Ch-ch-ch-ch-changes!

postato il 2 dic 2011 in Main thread
da VaMina

Buongiorno cari lettori e autori (facciamo finta che non coincidano le due categorie), buongiorno e scusate il ritardo! Ieri Azazello mi ha richiamato dal limbo nebuloso in cui ero finita e mi ha ricordato che avrei dovuto decidere il nuovo argomento. Allora ho pensato, qual è una cosa presente nella mia vita in questo momento? La birra. E no, la birra non va bene. L’ampliamento delle mie conoscenze musicali. No. Poi il mio sguardo si è posato sul libro più vicino a me, in questo caso il libro che era accanto alla tastiera, le Metamorfosi di Apuleio. In quello stesso momento, una luce è entrata dalla finestra illuminando me e le Metamorfosi, e l’aria si è riempita di una musica celestiale: Ch-ch-ch-ch-changes!
Ok no, mi è venuta in mente la canzone di Bowie, e ho pensato, dai, il cambiamento va benone. Che poi è una cosa abbastanza presente nella mia esistenza ultimamente, e almeno non c’entra la birra.
Quindi eccolo, l’argomento del mese: metamorfosi, cambiamento, trasformazione. Con buona pace della birra o dell’album dei Wombats.

Tu non hai fame. [Leggi anche: pubblicità 2, il ritorno]

postato il 8 set 2011 in Cazzi e mazzi personali
da VaMina

E’ da tempo che volevo parlare dello spot dei sofficini, quello della dannata lucertola, insomma. Il fatto è che mi crea numerosi problemi. Per prima cosa, i sofficini mi piacciono, quindi odio quella pubblicità. Sempre per prima cosa, le lucertole sono schifose. Parlando di questa in particolare, potevano applicarsi di più a disegnarla, ché è sgraziata e strabica, ha una voce così disturbante che, nel campo del fastidio, è possibile paragonarla solo al tizio che suona le prime quattro note di Besame Mucho a ripetizione sotto casa mia, oppure all’arrotino, e nonostante tutto questo non è schifosa come le lucertole vere. Che sono proprio schifose. Chi mai riuscirebbe a mangiare con una lucertola che lo fissa? Figurati se parla pure.
Scenario:
Io tengo in mano la padella con dentro i sofficini fatti con tanto amore, mi giro e trovo questo rettile immondo che mi guarda, e parla. E mi chiede: “Tu non hai fame?”. Allora, innanzitutto non credo che qualcuno avrebbe fame. Ma a parte questo, credo che nessuno riuscirebbe a pensare al cibo in un momento come questo. Lo ripeto, c’è una lucertola che mi osserva allegramente e parla, e mi chiede se non ho fame. A questo punto le mie reazioni più probabili, se non mi sono appena calata un acido, a causa del quale potrei considerare normale la faccenda e fare il sorriso al sofficino con la forchetta, sono varie.
Prima possibile reazione:
Fuga!
Seconda possibile reazione:
Dato che stringo la padella con i sofficini appena fritti nell’olio bollente, scaglio il contenuto contro la lucertola, quindi, fuga!
Terza possibile reazione:
Dato che ho sempre la suddetta padella in mano, butto a terra i sofficini e comincio a picchiare sulla testa la lucertola con la padella, mentre grido alla famiglia “Fuga!”
Quarta possibile reazione:
Svengo, e dato che sto ancora tenendo la maledetta padella, mi verso olio e sofficini addosso e mi ustiono. La mia famiglia si dà alla fuga lasciandomi da sola con la lucertola.
In realtà i sofficini hanno una lunga tradizione di pubblicità pessime. Una volta ho visto quella datata ’86, che riusciva a contenere in pochi secondi il bambino più odioso del mondo, la mamma devota e deficiente, e la frase tristissima “Mamma, anche tu sei un campione!”. Appena finito di vederla, ho pensato, ma allora siete recidivi!
Però devo ammettere che le pubblicità degli anni ’80 erano tutte più o meno così, soprattutto per le mamme lobotomizzate.
Tornando alla lucertola, non c’è molto da dire, cioè, Gesù, è una lucertola. Una lucertola a grandezza umana.

Corollario:
“..Che poi non è tipo un camaleonte?”
Lo è proprio, ma io mi sono fatta tutte queste scene in testa di lucertole. E poi i camaleonti sono perfino più brutti.

La storia, intima e breve, di una partenza

postato il 6 set 2011 in Main thread
da VaMina

Soppesò il phon in una mano e il pentolino della ceretta nell’altra. Non sarebbero mai entrati entrambi e, in fondo, la ceretta è una cosa diabolica. Eccolo, il vincitore. Gettò con malagrazia il phon sulla pila di vestiti, chiuse la valigia e la fissò. Era di quelle che si usano come bagaglio a mano: compatta, ultraleggera, tante cose belle nella pubblicità, insomma. Non c’entrava nulla lì dentro. D’altronde, proprio quella volta, inutile lamentarsi, una valigia migliore non avrebbe aiutato, dato che non aveva idea di cosa le potesse servire. Stava iniziando a considerare l’idea di prendere uno zaino, infilarci un cambio di biancheria e basta, ma un suono persistente bloccò il pensiero disfattista sul nascere. Mentre si dirigeva verso il telefono che squillava già da un po’, afferrò il libro che stava leggendo. “ Mamma? Sì, sono quasi pronta. No mamma, non mi porto un panino. No, non penso che serva. Anche io vi voglio bene. Ciao.” Sospirò. La quinta maledetta telefonata della giornata. Non mancava molto, doveva sbrigarsi. I documenti li aveva già in borsa. La ossessionava quella sensazione strisciante, che penetra la mente, la carne, le ossa. Non la sensazione di aver dimenticato qualcosa. No, era la certezza che appena avesse varcato la soglia di casa, avrebbe sentito quel bisogno che domina le partenze. Il bisogno irrefrenabile di portare quel vestito che non hai messo in valigia, di sentire quel disco che non hai mai comprato, di vedere quell’amico senza il quale hai vissuto benissimo per tre anni, di stare nella cucina che detesti, sulla sedia che odi, a bere un caffè che bruci sempre. La sensazione che l’aveva sempre spinta a tornare in casa, le innumerevoli volte che aveva cercato di scappare. Uscita dalla porta, le era sempre mancato il coraggio di chiamare l’ascensore, di trascinarsi per le scale. Passò in rassegna le finestre, per la terza, quarta volta. Chiuse i cassetti e le ante degli armadi rimasti aperti. Non avrebbe dovuto chiamarlo, quella mattina. Gli altri li aveva sentiti tutti la sera prima, li aveva salutati, aveva augurato belle cose, ripromettendosi, niente telefonate, quel giorno. Ma non aveva resistito. Aveva fatto le cose con calma, aveva scritto un foglio pieno di parole e cancellature. Si era seduta a gambe incrociate, per terra, con le spalle al termosifone, come quando era ragazzina. Aveva alzato la cornetta con circospezione, fatto il numero, aspettato. Un bel respiro. Poi aveva accartocciato la pagina piena di inchiostro sensato e piuttosto ragionevole. Aveva urlato, pianto, insultato, tutto nei trenta secondi concessi dalla segreteria telefonica. Lo squallore dei gesti rituali, infantili, l’assaliva. Si spazzolò i capelli, spense le luci, chiuse l’acqua, il gas. Controllò il gas. Spinse i bagagli davanti alla porta. Chiuse gli occhi, fece mente locale. Era tutto pronto. Uscì tirando la valigia e chiuse a chiave.
Quando scese nell’atrio quasi tutti gli altri inquilini erano già all’esterno, sulle scale. Li raggiunse.
“Buongiorno a tutti”.
“Buongiorno, cara, si sente pronta?” Il suo vicino le fece cenno di avvicinarsi. Sistemò la roba con quella degli altri, accatastata in un angolo dell’ingresso, e si sedette accanto a lui. Si sentiva pronta? Sì. No. Forse. Cercava di non pensarci. Si sforzò di rispondere:
“E’ una bella giornata, vero?”
“Vero, vero. Ottima, per un avvenimento simile. Ha visto la signora del terzo piano?”
“No, perché?”
“Credo non l’abbia presa bene. L’ho sentita urlare.”
“E’ successo a molti.” Diede un’occhiata all’orologio. “Sta iniziando.”
I borbottii di tutti cessarono. Guardavano attenti davanti a sé.
Il loro palazzo non fu il primo ad essere colpito. Cominciò come una frustata, come una decisione presa all’improvviso, come un’idea lancinante. Il cielo si copriva di rosso, di blu, di colori sconosciuti, vorticavano, brillavano intensi. Venti opposti lottavano, strappavano i vetri alle finestre, le antenne ai tetti. Scoppi purpurei ribollivano in lontananza, le fiamme guizzanti che lambivano le stelle e il sole. L’asfalto si fendeva, crepe si aprivano scure e minacciose nel terreno, sputando fumi neri e violacei, simili al respiro di un drago che si annida sotto la terra da tempi lontani, impaziente, ora che vede la speranza di levarsi ancora una volta in volo. La più completa gamma dei suoni e dei rumori squarciava l’aria, rombi, sinfonie, grida, frastuoni. I palazzi tremavano squassati da spasmi irregolari e crollavano. Gli alberi si innalzavano come per un profondo sospiro e ricadevano gemendo nelle fosse, nelle nuove valli urbane. Le automobili si accartocciavano e si scioglievano, i lampioni si tuffavano nel fuoco. Una pioggia insistente cominciò a battere sulle fiamme, che annegavano, naufragavano, morivano, risorgevano. Schiere di nubi nere marciarono dagli angoli del cielo e, dopo essersi mischiate nel mezzo della volta celeste come armate nemiche che si scontrano furiosamente in battaglia, si saldarono ai fumi oscuri che sorgevano dalla terra, oscurando la vista. E poi, tutto finì.

Cos’è questa improvvisa voglia di scrivere?

postato il 7 ago 2011 in Cazzi e mazzi personali
da VaMina

E’ mio padre che dice -con parole diverse ma equivalenti- che se non è per studiare è inutile che stia in un posto, e che scrivo a fare su quello stupido coso, è il maledetto caffè bruciato che continuo a bere perché tanto lo brucio sempre, è sicuramente questa canzone, o anche questa, il letto da fare, la voglia di andarmene tipo in Brasile. E’ che scrivere è un’attività approvata dal mio psicologo, perché è fare qualcosa, e fare qualcosa va bene, ma non so se intende anche scrivere cazzate, utilizzando un’anafora alquanto banale, un sacco di anafore, perché quello è facile, non ci vuole impegno, e non so se lui pensava a un impegno. Che oltretutto io non metto impegno in quasi niente di quello che faccio, ma una grande serietà e gravità sì, quindi finisce che mi preoccupo un sacco per una cosa che ho scritto in due minuti, o che scrivo in due ore qualcosa di superficiale e privo di contenuti come un video di rapper pieno di gnocche col culo da fuori. Non so se scrivo per noia o per bisogno, per bisogno di scacciare la noia, per bisogno di fare la pipì. Ma se fosse per noia potrei fare un sacco di cose tipo spanciarmi sul divano a guardare la tivvù come una lobotomizzata che poi non è davvero fare qualcosa, almeno non qualcosa di approvato dal mio psicologo, tipo suonare il basso, ma è così lontano, nella custodia, devi aprirla, devi prenderlo, devi accordarlo, devi sopportare padre che dice ma se sei venuta per suonare il basso parole che in genere non ascolto perché me ne vado, tipo grattarmi la testa, fare il letto, lavarmi i piedi. Forse è solo per inerzia, perché tanto sto qui davanti, a non fare una ceppa, parlo come una persona depressa? Non sono depressa, grazie ho smesso, ho solo mal di testa. A me piace il mare, la sua vicinanza, l’odore, il rumore, guardarlo, sguazzarci, starci con il culo a bagno, leggere in sua presenza, camminare con l’acqua alle caviglie, ma lasciatemi in città.

[Motivo della pubblicazione: un blog pieno invoglia a scrivere, parola di Azazello]

Mi piacciono i treni, ovvero l’ennesimo post inconcludente di Vamina

postato il 6 ago 2011 in Cazzi e mazzi personali
da VaMina

Preferisco il treno all’aereo, per varie ragioni. La prima è che il treno non vola. La seconda è che il treno non sta sospeso per aria. La terza è che non è privo di una certa poesia decadente (decadente riguarda soprattutto i regionali).
Si fanno interessanti conoscenze in treno. Una volta mia madre ha fatto amicizia con un intero gruppo di venditori ambulanti che dovevano raggiungere le rispettive postazioni sulle spiagge e mi ha anche comprato dei calzini, mentre un’altra volta io…
Fregati! Non c’è nessuna storia che riguarda me e i passeggeri del treno, in genere io li guardo sospettosa mentre ascolto gruppi dai nomi impronunciabili. Però la possibilità di fare interessanti conoscenze c’è.
Soprattutto se sei mia madre.
Mia madre vede il treno come un luogo meraviglioso, creato per permettere alla gente di socializzare e in genere di parlare un sacco e a lungo e con tutti. In verità mia madre vede tutto il mondo in questo modo.
Credo che uno sbarco alieno sulla terra avverrebbe più o meno così, se ci fosse nei paraggi mia madre:
Mia madre: ”Salve! Piacere, sono Giovanna”
Alieno: “Signora, noi siamo i rappresentanti del pianeta Vattelappesca, venuti sulla Terra per una missione”
Mia madre: “Venite in pace?”
Alieno: “No, signora*, siamo venuti per distruggere l’umanità e impossessarci del pianeta”
Mia madre: “Ah, è proprio un peccato. Pensi che una volta mio zio Elio, che era sposato con zia Fernanda, sorella di mia madre… sa, mia madre aveva undici fratelli, due maschi, nove femmine, ma in realtà mia nonna Filomena ha avuto tredici figli, però due sono morti piccoli. Tutte e due le mie nonne si chiamavano Filomena, quindi noi distinguevamo tra nonna Filomena di Napoli e nonna Filomena di Sant’Arpino..”
E così si eviterebbe un’incresciosa distruzione del genere umano, perché mentre mia madre parla della prima generazione, poi della seconda, poi della storia clinica del soggetto della storia e infine approda all’avvenimento di cui voleva parlare all’inizio, possono passare dalle 13 alle 27 ore. Intanto i governi di tutti gli stati sono stati avvertiti e hanno messo in piedi un esercito gigantesco che può fronteggiare la minaccia aliena.
Io ho ereditato dalla mia genitrice sia la capacità di parlare a lungo e senza riscontri da parte dell’interlocutore, sia quella di perdere il filo del discorso, più e più volte, come dimostra questa lunga digressione sulle sue abitudini sociali. Purtroppo ho ereditato anche la capacità di mio padre di non saper raccontare una storia e di non saperlo fare in modo da renderla interessante**, quindi, se volete vedere un film, non chiedetemene la trama, perché non solo parlerò di tutt’altro per mezz’ora e mi dimenticherò l’unico dettaglio che avrebbe potuto farvi capire il finale, ma vi annoierò anche mortalmente.
Tornando al punto di partenza, i treni sono indiscutibilmente meglio degli aerei. Pensate a quanti celebri film e libri sono ambientati in treno: Assassinio sull’Orient Express, Train de vie, altri che mi scoccio di nominare, altri ancora. Mentre quale film è ambientato in aereo? L’aereo più pazzo del mondo, e basta questo, perché è uno dei film più brutti che abbia mai visto. Non c’è proprio confronto. Non me lo immagino nemmeno Poirot che per indagare aspetta che la luce si spenga e che lui possa slacciarsi la cintura. Oltretutto, sul grande schermo, gli innamorati rincorrono i treni, non gli aerei, e nessuno sventola fazzoletti bianchi dal finestrino dell’aereo, se non vuole prima spaccare il vetro e poi morire anche.
Inoltre c’è questo fatto che gli aerei volano proprio. La visione delle nuvole non mi dispiace affatto, ma non compensa tutti gli svantaggi, l’atterraggio, il decollo. Il treno offre visioni di campi, città, paesini, fiumi, e in più non fluttua da nessuna parte e non vibra in maniera vomitevole. Non a caso sul treno NON ci sono sacchetti per il vomito a fissarti dubbiosi, della serie “mi prendi e mi inzozzi o ti contorci sul sedile e non mi prendi?”. Si avvicina l’hostess per chiederti se vuoi qualcosa da mangiare. No grazie, sto bene così. Ne è proprio sicura? Sì, davvero. Non vuole niente? Va bene, prenderò qualcosa, infatti la mia faccia verde stava cercando di esprimere fame, potrebbe darmi dei biscotti e un succo di frutta, così poi dopo posso usare il pacchetto vuoto per fare la seconda rigettata?
Sì, quando viaggio prendo sempre l’aereo, ma è una cosa che non mi piace affatto.

*Li sto immaginando educati, nel dubbio.
**Mia madre quando vuole sa raccontare abbastanza bene una storia, sono solo troppo-estremamente-eccessivamente lunghe.

Vamina non è brava nella corsa e perde gli autobus.

postato il 22 lug 2011 in Main thread
da VaMina

Vamina potrebbe parlare anche di cose interessanti, riguardo alla competizione, come Aiace che diventa folle perché gli viene preferito Ulisse come erede delle armi di Achille, come il fatto che nei testi greci viene esaltato il valore di un uomo indicandolo come “vincitore di gare”, come il curioso costume dei Sanniti, tra i quali si selezionavano i dieci giovani e le dieci fanciulle migliori, e la prima andava in sposa al primo, la seconda al secondo, e così via. Tutte cose interessanti, ma Vamina parlerà di sé.
Prima cosa perché Vamina è un’inguaribile egocentrica, poi perché è incredibilmente più semplice che parlare di Aiace, anche se interessa di più perfino me. In ultima analisi sono una persona ostinata, e mi sono ostinata a fare del blog la succursale del mio psicologo, allo stesso modo in cui mi ostino a indossare i costumi di mio padre come pantaloncini per andare a mare, nonostante mi diano un aspetto poco rassicurante*. Dunque, cosa c’è da dire su Vamina e la competizione?
Io, davvero, odio la competizione. Sempre odiata. Quando ero piccola facevo nuoto e mi rifiutai di fare le gare, essendomi già chiaro allora che non poteva andarmi bene in nessun caso: se arrivo prima, sento comunque di non meritarlo più degli altri, mi sento in colpa e mi dispiace per loro; se arrivo ultima, mi dispiace per me; se conquisto un posto diciamo centrale, o sono salva dalle paranoie, oppure si uniscono tutte insieme in un miscuglio mortale e implodo.
Ai giochi da tavolo io perdevo sempre. Mia madre però aveva fatto tanto un buon lavoro nel suo lavaggio del cervello stile “vincere non è importante”, che perdevo con impressionante disinvoltura, per essere una bambina. Il problema a quel punto sorgeva nella circostanza di una mia vittoria. Quanto bisogna esaltarsi? Bisogna mostrarsi dispiaciuti o sembra che stai prendendo per il culo l’avversario? Bisogna complimentarsi con lui per la bravura? Ma se è tipo UNO**, ha senso complimentarsi? Questi e molti dilemmi mi si ponevano.
Ricordo con orrore una volta che una mia amichetta mi diede la sua catena portafortuna mentre giocavamo al Gioco dell’Oca. Io, da brava bambina scettica, l’avevo accettata con poca convinzione, forse solo per la bizzarra passione per le catene che mi ha portata ad essere, a 14 anni, un negozio di ferramenta ambulante. Bando alle ciance, vinsi. A questo punto ci fu una scena alla Shining con lei che gridava che era merito della catena e che cercava di strapparmela di dosso. Forse non posso darle torto, una mia vincita equivaleva all’allineamento dei pianeti. Era la prima volta che vincevo. O forse ricordo solo quella perché estremamente traumatica. Adesso però vinco, tipo a Risiko, abbastanza spesso. Però non ho ancora capito come si vince, quindi in genere mi lascio andare a inopportune manifestazioni di gaudio tipo trionfo di Augusto a Roma.
Passiamo oltre la parentesi sport, attività competitiva per eccellenza, dato che più che sembrare un sacco di patate o un elefante, sembro un sacco di elefanti che rotola.
Il peggio, se parliamo di competizione, è il parentame. Basta che ci sia un tuo coetaneo in famiglia, solo uno, e ogni occasione, festiva e non, si trasforma in una sorta di mostra canina. E non sulle cose positive, eh. Tutt’oggi mia zia fa a gara a chi tra me e mia cugina è più sfortunato con i professori o chi si ammazza di più all’università. Posso fare anche Storiagrecoromanaconarcheologiaapplicataeconseguaenteanalisipaleografica, mia cugina farà Storiagrecoromanaconarcheologiaapplicataeconseguaenteanalisipaleograficaunitaadastrofisicaeanalisimatematica (fa qualcosa sul giornalismo, n.b.). Io studio su cinque libri? Lei su sei. Mia madre se la prende un sacco.
In tutto ciò noi ci vogliamo bene, giuro.
Vado a trovare i professori del liceo e loro “Ma Bla Chacha era meglio di te”. Ma io vi buco le ruote.
Il mio psicologo mi propina lunghi discorsi sul fatto che questo è un problema mio, che non devo considerarmi in competizione, che devo fregarmene degli altri. Io mangio la foglia perché ci credo.
Cioè, sono convinta che lui abbia ragione, ma resta in me l’idea segreta e paranoica che c’è qualcuno in uno studio oscuro e preferibilmente dentro una caverna alla Batman, che conserva delle cartellette con i miei voti, divisi per discipline. Maledetti bastardi.

P.s. Dichiaro il post in questione fuori gara, per cui se sarò l’unica a postare, non vincerò per abbandono.

*Leggi: sembra che abbia il pacco.
**Se esce che qualcuno è BRAVO a giocare ad Uno, semplicemente gli alieni arrivano sulla terra per ballare il Limbo.

Il test di Vamina

postato il 16 lug 2011 in Cazzi e mazzi personali
da VaMina

Tornando dal concerto di Caparezza, in macchina, erano tipo le due del mattino (premessa necessaria per capire in che stato mentale fossi), ho avuto un’idea veramente rivoluzionaria e ho sentito il bisogno, sicuramente molto apprezzato, di comunicarla a Bread.
Bread, giusto per chiarezza, era accanto a me e gioiva deliziato dalla mia guida mentre ascoltavamo un cd dei Beatles. Dato che i Beatles mi piacciono, ho deciso di lanciarmi in un discorso senza senso condito da lamenti vari, così che il cd si sentisse peggio.
Questo discorso conteneva la mia idea furba e rivoluzionaria: propinare a ogni maschio vagamente attraente e vagamente attratto da me un test che dovrebbe far scappare tipi poco adatti (l’altra sera il linguaggio era più colorito però) e farmi evitare un inutile corteggiamento con qualche pseudointellettualoide del cazzo che aspetta Carnevale per vestirsi da Alex The Large, anche se lui non ama il Carnevale perché è uno pseudointellettualoide del cazzo. Non c’è nessuna domanda che dovrebbe proteggermi dai truzzi, perché credo che dopo due minuti con me qualunque truzzo se ne andrebbe lo stesso.
Il mio test è molto semplice ed è un’idea geniale perché il tipo prescelto, bombardato dalle domande, vedendo prima di tutto che ho elaborato un test da sottoporre a gente a caso, sa anche cosa aspettarsi da me e comincia a rendersi cosciente della mia stranezza, per cui accettare di fare un test equivale a passare una parte del test in questione. Ma questo non è un incoraggiamento, badate bene. Probabilmente tra poco mi odierete.
In macchina ho pensato solo a un paio di domande e non le ricordo bene, quindi lo inventerò adesso, in sostanza. Non so nemmeno quante domande saranno, vediamo dove ci porta il vento. La prima riguarda i Beatles, perché, appunto, stavamo ascoltando i Beatles.

1) Quali sono le tue canzoni preferite dei Beatles? (Non sottovalutatela)
2) Qual è il tuo film preferito? (Non che mi interessi, ma è per allontanare subito chi risponde cose tipo Arancia Meccanica, Funny Games ecc.)
3) Sei astemio?
4) Credi sia bello intrattenere le ragazze parlando di politica?
5) Credi di essere superiore a tutto il genere umano? (Li attiro sempre un po’, sti tizi)
6) Hai letto il Capitale? (Non per sapere se abbia letto DAVVERO il Capitale, ma per sapere se è il tipo che va a dire in giro di aver letto il Capitale)
7) Ti piacciono i Baustelle/Afterhours/Marlene Kuntz/Verdena?
8) Se mai staremo insieme/ci frequenteremo, hai intenzione di sottopormi a troppe e prolungate manifestazioni di affetto in pubblico? (Tipo quella gente senza pudore che praticamente scopa in metropolitana, con tutti i vestiti, mentre la voce dice “Salvator Rosa station”)
9) Credi che studiare Lettere Classiche sia inutile?
10) Vorresti farmi ascoltare a intervalli regolari menate proletarie?
11) Credi che i bassisti suonino il basso perché non sanno mettere gli accordi?
12) Credi sia disdicevole per le donzelle sputare, ruttare, sedere non con le gambe accavallate?

Il test verte sull’eliminazione preliminare. Beh ok non molto preliminare, ma tanto il ragazzo fugge comunque credendomi fuori di testa. Volevo mettere domande meno banali e più specifiche, però non ho molta fiducia in questa cosa, alla fine. E poi se avessi tirato in ballo più cose sulla musica e altri fatti, l’unico a passare sarebbe stato un mio equivalente maschile, che risulterebbe detestabile e lo prenderei a calci.
Immagino che ora ci sia la fila per Vamina.*
Insomma, ragazzi e ragazze, personalizzate il test di Vamina ed evitate anche voi di depilarvi le gambe o comprare regali per una persona con cui non vi trovereste comunque bene! Il test è la soluzione**!

*Spero che almeno i miei amici mi vogliano ancora bene.
**Per rimanere soli.

Se non dici di no, io ti spello il popò!

postato il 10 giu 2011 in Main thread
da VaMina

Vamina ha dei seri problemi a dire no. Lo sa anche il suo psicologo.
Il lettore potrebbe pensare che il vero problema di Vamina sia la sua incomprensibile ostinazione a parlare in terza persona, ma in realtà si potrebbero fare lunghe liste sui problemi di Vamina, quindi torniamo alla faccenda del no.
Ecco, non è che io non sappia dire no, perché prima o poi lo dico, ma possono presentarsi diverse situazioni:
a) Dico no dall’inizio, ma poi anche per la cosa più stupida posso sentirmi in colpa una quantità di tempo veramente ridicola, che può andare dai 15 minuti ai 4 giorni, a seconda della domanda;
b) Al principio dico sì, però era una cosa che non volevo/potevo fare, quindi poi dopo aver passato diversi giorni in preda alle turbe interiori, dico ugualmente no, ma a quel punto le persone a cui ho detto no si offendono, e io mi convinco che non mi vorranno mai più bene e che morirò sola;
c) Dico sì a qualcosa, ma non mi piace farla, quindi quando mi chiedono ancora di farla, o accetto ancora e mi lamento, oppure, per la frustrazione accumulata, rispondo no con una violenza che la situazione non richiedeva;
Naturalmente non mi sento sempre male quando dico no a qualcosa, sto parlando di richieste accettabili, non cose tipo “Posso rubarti la borsa?” oppure “Vuoi fare sesso con me, tizia di cui non so nemmeno il nome?” o anche “Vuoi una caramella?”… no vabbe’ forse a questa non sarei nemmeno sopravvissuta.
Parlando sempre di situazioni ordinarie, però, il fatto è questo. Quindi io dico no, anzi non sono nemmeno una che in genere si butta nelle imprese, ma i miei no sono come i bambini, farli uscire è lungo e orribile (come questa similitudine).
Prendiamo quei maledetti tizi che raccolgono i soldi per strada, io li odio. Con loro si applica sempre l’opzione C, per cui prima io dò loro dei soldi, poi per le sei volte successive li insulto in preda alla furia cieca, come quel giorno in cui gridai a uno di loro che odiavo lui e pure i bambini, e non era nemmeno vero, io odiavo solo lui, trovo carini i bambini!
Il fatto è che anche se dico di sì, compro un vestito che non mi piace per non far dispiacere la commessa, dò tutti i spiccioli che ho ai tipi che si piazzano sotto l’università, non risulto nemmeno gentile, perché poi dopo subentra la modalità “psicopatica che se avesse una mazza ti sfonderebbe la macchina”.
Come risolvere l’annoso problema?
Sono state interrogate le amiche di Vamina, purtroppo spesso vittime dell’opzione B, che hanno risposto:
“Dicci no dall’inizio e non ci rompere le palle.”*
E avevano ragione!
Quindi, Vamina, se vuoi dire no dici no e non ci rompere le palle.

P.S. Sono contenta che il mio psicologo non sia freudiano, non avrei sopportato di sentire quale problema sessuale infantile legato ai miei genitori io abbia.

*Ok magari non hanno detto non ci rompere le palle, ma lo pensavano sicuramente.

Il super-mito di Vamina

postato il 30 apr 2011 in Main thread
da VaMina

Premetto che posto in ritardo perché ho pensato molto a questa cosa: qual è un personaggio che mi ha colpito molto, che potrei definire il mio mito?
Dopo un lungo scavo interiore nella mia anima e giorni di riflessione intensa, ho concluso che il mio mito, se esiste, è Dio, come creatore dell’universo. Ovviamente se esiste ma sono tanti, sono gli Dei tutti, sempre se hanno creato l’universo.
Credo che non ci sia nulla da aggiungere, a questo punto.

“Mamma quanti dischi venderanno se mi spengo..”

postato il 15 mar 2011 in Main thread
da VaMina

Vi voglio parlare, oggi, di un personaggio che ci ha rotto le palle: Ringo Starr. Diciamoci la verità, non è possibile che morire ti porti tanta fama, insomma, è solo morto! Stamattina mi stava venendo una crisi quando ho visto l’ennesimo ragazzo con la maglietta di questo tizio! Trovano un musicista morto con un fucile al fianco, una lettera di addio e subito diventa Gesù. Ok è triste, ma se fosse stato il mio idraulico nessuno se ne sarebbe fregato!
Va bene, dato che questo post non avrebbe dovuto essere uno sfogo, torniamo indietro.
Tutti conoscete Ringo Starr, giusto? E chi potrebbe ignorarlo, anche volendo? Chiunque entri in un bagno pubblico di un qualsiasi liceo trova scritti una valanga di aforismi che portano tutti il suo nome, non è nemmeno umanamente possibile che li abbia detti o scritti tutti lui, dato che è morto da tipo quarant’anni. Oltretutto la maggior parte di quelli è stata scritta dall’anonimo dei Baci Perugina.. “Se la mattina ti alzi e non vedi il sole, o sei morto, o sei tu il sole”.. ma che idiozia è? La prossima volta che vedo su un muro una frase di Don’t pass me by o di Octopus’s garden mi sparo. E poi tutti ignorano gli altri membri dei Beatles! Non è giusto! Sarò di parte perché suono il basso, ma a nessuno importa mai del bassista! Quello tiene la sua faccia tu tutte le magliette e gli altri niente. Per di più pover’uomo simile ha condizionato tutta la moda dagli anni ’70 in poi.. gente con giacche fuxia e giacche a righe e quei capelli tremendi! Che poi ora nessuno vuole suonare tipo il basso o la chitarra, vogliono fare tutti i Ringo Starr del cazzo e si mettono a suonare la batteria.
Ora molti di voi mi diranno “Non è possibile che non ti piaccia Ringo Starr!” oppure “Stai zitta era bellissimo!”, ma nessuno mi farà cambiare idea, mi sta sul culo. Mi sta sul culo anche che OGNI gruppo alle prime armi debba PER FORZA suonare Octopus’s garden, diavolo, nessuno può liberarsi di quello stupido riff!
Per concludere, ancora una volta possiamo affermare che niente ti può rendere più famoso della morte.. muori, e venderai più dischi! Fanculo!

Ecco, il post è breve, è finito.

Le solite due (?) parole per voi (!):
1)DOVEVO pubblicarlo, anche se è un post stupido;
2)Scusa Ringo, non hai fatto niente di male;
3)Il fatto che Ringo abbia scritto solo due canzoni per i Beatles ha reso il tutto più difficile;
4)Io adoro Octopus’s Garden!
5)Sì, il titolo viene da Iodellavitanonhocapitouncazzo.

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